La Polonia si allontana dall’UE ma non dai suoi soldi

Sfiorano i 90 miliardi di euro i fondi strutturali destinati tra il 2014 e il 2020 al paese fuori dall’Eurozona. Ora la vittoria elettorale della destra e la gestione valutaria flessibile preoccupano gli investitori

La sconfitta del partito dell’ex premier Tusk, al Governo dal 2007 con Piattaforma Civica (PO) il partito di centro e liberista, ha confermato il risultato ed i timori dell’elezione di maggio, che ha visto la nomina a sorpresa del neo presidente Duda, un conservatore sconosciuto della politica polacca ed esponente per le presidenziali del Partito PiS “Diritto e Giustizia” che rappresenta la destra nazionalista.

In Polonia la destra torna al potere, quindi come una premonizione agitando il fantasma dell’autoritarismo dei gemelli Kaczynski, che ricoprivano rispettivamente dieci anni fa il ruolo di premier e presidente al contempo.

Di paesi che nel continente europeo possano vantare la singola A stabile e un profilo del Pil che non abbia mai sfiorato nemmeno da lontano la recessione non ce ne sono molti. E l’ex premier Tusk , ora assurto al ruolo di Presidente del Consiglio Europeo, nulla ha potuto fare per aiutare un partito che anche grazie agli scandali dell’anno scorso aveva perso rapidamente consensi e che si è poi visto sorpassare nel dibattito sui rifugiati.
Il risultato elettorale farà saltare gli accordi sul delicato tema della gestione dei flussi migratori perché nessuno si aspetta aperture particolari dal nuovo governo in formazione.
Nel piano del PiS le nuove tasse per il settore finanziario e un aumento dei programmi di assistenza alle famiglie per diminuire il gap sociale saranno i primi segnali di scelte politiche populiste che spaventano gli investitori.
Per l’economia europea con il più elevato tasso di crescita economica dalla crisi del 2008 già prima delle elezioni si son viste dismissioni sulle posizioni in obbligazioni e in divisa locale ed arbitraggi a favore del fiorino ungherese o di altre divise dell’area est-europea. Così i titoli governativi che sui 2 anni rendono ancora l’1,59%, rispetto al rendimento annullatosi recentemente dei Btp nostrani, sulla scadenza 10 anni rendono il 2,64% mentre sul 15 anni un generoso 3,67%, un divario ampio in soli 5 anni che nella curva dei governativi italiani è di soli 40 punti base.

Dopo gli sperperi dei gemelli Kaczynski, ad onor del vero, il PO si è dimostrato più moderato nella gestione del bilancio e soprattutto nella spesa pubblica e in questi otto anni ha anche modificato l’utilizzo clientelare dei fondi strutturali europei, piuttosto copiosi, facendone un uso efficiente e produttivo per le infrastrutture del Paese. Un dettaglio non trascurabile se si pensa che, includendo anche i fondi per le regioni meno sviluppate, i polacchi gestiranno quasi 90 miliardi di euro nel periodo 2014-2020, più di qualsiasi altro Paese e tutto questo senza aderire all’Eurozona e quindi mantenendo un vantaggio competitivo nella flessibilità della gestione valutaria.
Inoltre i timori di una perdita di indipendenza da parte della Banca Centrale restano forti. Il paradosso di questo Paese che è riuscito a riportare la disoccupazione sotto il 10%, al più basso livello dal 2008, e che ha accumulato oltre 98 miliardi di dollari di riserve internazionali, quanto la Turchia e quasi tre volte la Germania o l’Ungheria, è rappresentato dal divario sociale e dall’elevato numero dei polacchi emigrati all’estero, che si è raddoppiato negli ultimi dieci anni raggiungendo la ragguardevole cifra di 2,3 milioni.

La Polonia con PiS vuole tornare sulle radici “romano-cattoliche” e rinvigorire l’apparato di supporto sociale che con la famosa Radio Maryja vede una rete fitta di enti e organizzazioni inseriti in una rete mediatica ben organizzata e legata alla chiesa cattolica ma anche criticata da parte di essa per la piega estremista presa negli ultimi tempi.
La perplessità dei grandi investitori e delle cosiddette “mani forti “ non è del tutto dissimile da quelle espresse, con evidenti differenze macroeconomiche, nei confronti della Turchia e le aspettative di un prolungamento del quantitative easing ed una nuova fase di debolezza dell’euro non basteranno certo a riportare almeno nel breve termine i flussi degli investitori esteri sullo zloty polacco.
Voltare le spalle all’UE per adesso non sembra rappresentare certo un vantaggio per i mercati finanziari polacchi, lo zloty resta sottovalutato e occorrerà riportare la calma dopo questa kermesse elettorale prima di riprendere sulla strada di un trend valutario che rispecchi pienamente i dati economici del paese.
Ovviamente ciò avverrà solo nell’ipotesi che il PiS ritardi l’attuazione di quanto promesso in campagna elettorale perché un ritorno agli sperperi nella spesa pubblica certamente non faciliterebbero un recupero della divisa e dell’interesse degli investitori su quello che fino a 6 mesi fa era ritenuto uno dei pochi porti sicuri dalla crisi dei mercati emergenti.

About the author, Claudia Segre

As a financial expert, author, speaker, and the president of Global Thinking Foundation, Claudia Segre believes the only way to build a brighter, more prosperous future is to invest in the financial education of all women and girls.

She uses her platform to fight economic violence, accelerate financial inclusion for women, support female entrepreneurs, and promote the role of fintech in closing the gender gap.

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