Contro gli Usa e contro l’ISIS, i sauditi spingono giu’ il prezzo del petrolio

Novembre

5

by Claudia Segre // in

0 comments

L’attuale calo del petrolio che ha visto il WTI rompere gli 80$ e toccare un minimo da tre anni per il WTI e da quattro anni per il Brent. E vede ora i contratti in una situazione di “contango”, con i prezzi futures più alti dei prezzi spot attesi segno che il prezzo è entrato in una spirale ribassista favorita da dollaro Usa forte, strategia politica saudita in chiave anti americana ed a ridimensionare Iran, Iraq e Russia, e alle vendite sul mercato nero dell’IS .Evidenti i vantaggi per la crescita globale che secondo l’IMF vede una modifica dello 0.20% ogni movimenti sul prezzo del 10% e che dovrebbe aiutare un incremento delle esportazioni manifatturiere. Ma manca ancora una ripresa netta sulla domanda e questa correzioni ha connotazioni geopolitiche molto serie con effetti duraturi sugli equilibri mondiali.

Il rallentamento della crescita globale ha indubbiamente ridotto la domanda di petrolio Le quotazioni del petrolio son crollate e lo scenario cambierà per i produttori che come gli Usa grazie allo shale oil si stanno affrancando dalla dipendenza saudita, o per la Russia la cui situazione è complicata dalle implicazioni del conflitto ucraino , (e da un bilancio con prezzo del petrolio a 117 $ nel 2014 e 100$ nel 2015), come per altri Paesi emergenti: Nigeria, Libya e Venezuela, la cui posizione fiscale dipende in massima parte dalle entrate dal petrolio. La cattiva abitudine soprattutto per questi tre Paesi di gonfiare i bilanci con dei prezzi di riferimento del petrolio a ridosso dei 100 $ e  piu’ alti del mercato o delle relative medie pluriennali invece di tenersi un cuscinetto di salvaguardia dalle oscillazioni di prezzo, li espone ora a disallineamenti sul deficit e non solo, infatti nel caso del Venezuela questa situazione si innesca su un impianto socio economico fuori controllo. Eso’ finita l’era dei programmi sociali per sostenere certe figure politiche che nel caso di Chavez e di Maduro hanno sempre beneficiato di questa carta preziosa.

Un esempio invece in positivo di impatto sul prezzo a bilancio del prezzo del petrolio è rappresentato dal Messico ove il costo di produzione (deepwater) e’ di 45 $/brl, inferiore peraltro al costo nel Mare del Nord. Il prezzo del Brent nel bilancio 2015 resterà fissato a 79$/brl, in quanto prefissato nel 2013 quando il Brent quotava circa a 85 dollari usa. Il riferimento al Brent dipende dal fatto che la qualità messicana è un “blend “simile al Brent con un’approssimazione di 7$ dollari Usa sotto al Brent. Quindi i 79$/brl (che corrisponderebbero ad un ipotetico 86$ di Brent) diventano un breakeven per il Paese che corrisponde ad un deficit di bilancio stabile al 4% ed ogni 1$ di discesa sotto questo limite gli costa 300 ml di dollari usa. Con una crescita del PIL attesa al 4.2% nel 2015 ed una resistenza strutturale, grazie pure  alla recente riforma del settore energetico, anche al rialzo dei tassi Usa il Messico è forse l’unico produttore energetico insieme allla Norvegia  a non subire pesanti effetti dal  calo petrolio. Grazie a questa politica accorta ed accurata nel pesare le entrate petrolifere il Messico non avrà grossi impatti dal calo petrolio, anche perché’ queste contano ornai solo più per il 10% del totale, contrariamente ad altri Paesi esportatori come Colombia e Malesia che hanno bilanci molto più disallineati al mercato.

I sauditi dal canto loro con giacimenti copiosi e prezzi di produzione bassissimi hanno già stipulato contratti a Novembre con supersconti verso i Paesi asiatici e perseguono la strada del ribasso per complicare eventuali approvvigionamenti agli stessi dagli Usa e mettere sotto pressione Iran e Iraq. Un chiaro segnale politico anche verso le ambiguita’ qatarine e le ambizioni russe nell’area. Le monarchie mediorientali serrano le fila tra Paesi GCC, Giordania e Marocco senza dimenticare la minaccia ISIS e ricorrendo dall’interno a misure di contenimento da eventuali contaminazioni islamisti estremistiche. I bombardamenti americani e della “presunta” alleanza anti IS, che comprende sauditi, UAE ed il discusso Qatar (che ha chiuso la più grande commessa militare degli Usa del 2014 e al contempo finanzia Hamas e altri gruppi terroristici), hanno ridotto l’accesso al petrolio di circa 20 mila brl al giorno rispetto al picco dei 70 mila barili precedenti, secondo fonti IEA. Riducendo così la possibilità di accesso anche alle raffinerie siriane nonché l’approvvigionamento ai gruppi sunniti islamisti più radicali che combattono sul territorio siriano. La fame di petrolio lì ha spinti a reiterare attacchi contro Baiji, la più importante raffineria irachena sin dallo scorso Giugno senza però mai riuscire a prenderne il controllo. L’oro nero viene venduto sottocosto e frutta ora circa 1 ml di dollari Usa al giorno, passa attraverso i confini siriani e viene smistata da corrieri e uomini d’affari turchi dalle parti di Besaslanad un prezzo di circa 35$ . Anche laddove son presenti gli uomini dell’FSA il Free Syrian Army , una coalizione di combattenti vicini agli Usa, il passaggio è garantito e risolto via “provvigione” pagata dal corriere. Attualmente l’ISIS controlla il 60% del petrolio prodotto in Siria ed altri giacimenti minori in Iraq ed oltre via Turchia distribuisce approvvigionamenti sul territorio occupati che ormai è grande quanto il Belgio e copre le necessità di oltre 8 ml di cittadini sparsi tra Iraq e Siria.

Per l’incontro del 27 Novembre dell’OPEC e dopo le dichiarazioni dagli Emirati sull’assenza di qualsiasi panico da parte dei Paesi OPEC non vi sarà alcun accordo per ridurre la produzione e la pressione sui prezzi resterà. I sauditi continueranno a difendere le loro quote sul mercato Usa alla faccia di Canada e Venezuela che insistevano sul calo dell’offerta. Sui mercati internazionali oro e petrolio non son più un bene rifugio ed anche per le società energetiche che vedono gli analisti convergere su una previsione a 75$ molto vicina alla realtà ormai si rende necessario alleggerire certe posizioni, si calcola infatti che le energy companies Usa detengono il 15,4% del Barclays US Corporate High Yield Bond Index, era solo il 5% nel 2005.

Gli scenari geopolitici hanno subito negli ultimi anni un cambiamento progressivo che ha subito un’accelerazione sulla decisione americano di spostare l’attenzione dal Golfo Persico, nodo cruciale della politica estera Usa da decenni, da qui gli errori nella guerra del Mediterraneo, in Siria ed ora con l’ISIS. Non avendo più necessità di tenere un’alleanza stretta grazie allo shale oil e shale gas gli Usa si disinteressano sostanzialmente al Medio Oriente, fatta eccezione della questione nucleare iraniana, lasciandolo al suo caos interno. Cina e India si sostituiscono così agli Usa come partner ideali e con l’ambizione di legare sempre di più il Medio Oriente all’Asia Centrale. Difficilmente le nuove elezioni Usa potranno modificare questa direzione se non cercare una via più amichevole con sauditi e israeliani con i quali grazie al fallimentare Kerry i rapporti diplomatici sono ai minimi storici.

About the author, Claudia Segre

As a financial expert, author, speaker, and the president of Global Thinking Foundation, Claudia Segre believes the only way to build a brighter, more prosperous future is to invest in the financial education of all women and girls.

She uses her platform to fight economic violence, accelerate financial inclusion for women, support female entrepreneurs, and promote the role of fintech in closing the gender gap.

Unisciti a Claudia’s Vibrant Community

Iscriviti per entrare a far parte delle conversazioni che contano

(Richiesto)” indica i campi obbligatori

Questo campo serve per la convalida e dovrebbe essere lasciato inalterato.

Restiamo in contatto!

>