Eppur si muove: e’ l’Europa dei Govies

Agosto

22

by Claudia Segre // in

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La ripresa globale passa prima di tutto da un cambiamento nel trend degli scambi commerciali, che dopo il boom del business Sud-Sud tra Paesi Emergenti si sta ora ridisegnando sul recupero dell’industria e delle banche Usa e sui tentativi di riprendere una via decisa all’internazionalizzazione dell’Europa limitando, quindi, i recenti casi di paranoie protezionistiche da crisi sistemica.

Recentemente il rapido deterioramento del PMI della regione asiatica, sceso sotto la soglia di 50 ai minimi del 2009 nell’ultimo report di Luglio, è stato controbilanciato nei dati delle maggiori economie G7, che stanno così recuperando posizioni in un ambito G20 dove i BRICS ormai da oltre un biennio guidavano incontrastati, alleandosi anche per fronteggiare le varie ondate della guerra valutaria innescata dagli Usa.

Un forte segnale era già arrivato a maggio dal recupero dell’indice Baltic Dry e dalle statistiche del WTO con un aumento del commercio globale nel 2013 al 3,3 per cento rispetto al 2 nel 2012.
Così il consenso torna ai Paesi core G7 e si configura un nuovo sorpasso guidato da Usa , Giappone ed Europa con un contributo alla crescita globale che ha superato dopo 6 anni i mercati emergenti.

Certamente l’effetto Abenomics sul Giappone ha ottenuto l’esito sperato di farlo uscire dalla stagnazione, con una crescita economica in ripresa al 2,6 per cento nell’ultimo trimestre, dopo un primo trimestre al 3,8 per cento.

Gli Usa ripartono dal mercato immobiliare mentre l’Europa è guidata dalle dinamiche positive dell’export.
Le performance stellari dei BRICS si ridimensionano dopo una fuoriuscita di capitali innescata dal rischio di tapering (allentamento della politica monetaria espansiva, ndr) anticipato della Fed rispetto alle aspettative.

I mercati in local currency, soprattutto Messico e Russia, tengono bene mentre continuano i deflussi da India e Turchia, con motivazioni ben chiare che riguardano non solo un ambito politico distratto dai piani di riforme strutturali ma, evidentemente, anche la gestione del deficit di bilancio.

I recenti disordini mediorientali e l’onda lunga di una “contro primavera araba” hanno messo in allarme anche le corporate Usa ben presenti in questi territori ed obbligate ad attivare piani di allerta o a chiudere in certi casi gli esercizi, come per Mc Donald, per evitare di perdere la copertura assicurativa.

E’ ancora presto per valutare un cambio di rotta del fenomeno di delocalizzazione, ma un ripensamento delle dinamiche strategiche di molte corporate nei Paesi Emergenti è in corso, per una presa d’atto della situazione che vede ancora una volta i Paesi periferici europei e gli Usa al centro dell’interesse dei flussi di investimento e non solo.

Il movimento dello spread tedesco ha avvantaggiato gli spread dei Paesi periferici UE, in primis quello italiano sceso nella fascia 220-250 con buona pace del tesoro italiano. Ed è come se si cercasse di riequilibrare in minima parte quella situazione che ha permesso ai tedeschi un risparmio di 41 miliardi di euro in cinque anni, nonostante i rendimenti negativi dell’ultimo periodo!

I cinesi dal canto loro hanno provato a cambiare modello ed evitare un nuovo pacchetto di stimolo all’economia, cioè ulteriore liquidità ad un sistema già drogato dalla stessa. Ma la stretta del credito interbancario ha avuto come effetto solo di ridurre in minima parte la richiesta del credito e di far impennare a fine giugno i tassi in maniera allarmante, oltre il 20 per cento. C’è voluto un mese perché la PBOC (la banca centrale cinese) sciogliesse l’impasse e completasse la nuova strategia tornando sul mercato con operazioni di mercato aperto e, in particolare, con un’operazione pilota in sterline di reverse repo, quindi di riacquisto a pronti di titoli ma a un tasso più alto del previsto, a segnare uno spartiacque con l’epoca della liquidità a basso costo.

Non basta. La PBOC ha introdotto un tetto al Deficit/Pil del 3 per cento e varato misure sul contenimento del debito pubblico con particolare enfasi al debito delle province.

La Cina quindi resta una guida sicura del Pil mondiale, con un indice PMI in ripresa, ma anche in questo caso con una “messa a punto” da parte della banca centrale che in luglio ha creato non pochi patemi d’animo agli operatori, soprattutto asiatici.

D’altronde è proprio da Cina e Giappone che è stato dato il via a giugno con un esodo dai titoli governativi americani al minimo accenno di Bernanke di riduzione del piano di acquisto bond. Vendite nette di Bond Usa per 40.8 miliardi di dollari Usa sui 67 miliardi totali delle vendite effettuate da investitori stranieri, un ammontare che si era visto, e per ben altri motivi, solo nell’agosto del 2007.

Non deve così stupire il rally dei bond governativi dei Paesi periferici che proseguirà anche nei prossimi mesi perché anche se i BRICS son scesi di un gradino, son sempre gli investitori asiatici a mantenere l’euro nel range 1,28-1,35 e a dominare gli scambi sui Govies, in parte anche per riflesso dei loro stessi fondi sovrani sempre alla ricerca di porti sicuri e finalmente redditizi.

About the author, Claudia Segre

As a financial expert, author, speaker, and the president of Global Thinking Foundation, Claudia Segre believes the only way to build a brighter, more prosperous future is to invest in the financial education of all women and girls.

She uses her platform to fight economic violence, accelerate financial inclusion for women, support female entrepreneurs, and promote the role of fintech in closing the gender gap.

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