Il G20 e la bolla in Turchia non frenano i mercati europei

Un accordo, per quanto risicato, a Minsk sul conflitto russo–ucraino ha riportato finalmente l’attenzione, oltre che su un cessate il fuoco duraturo, anche sulla necessità di un vero piano di riforme da parte del Governo ucraino, pena un’altra sospensione degli aiuti al Paese da parte del Fondo monetario internazionale e degli altri donors.
I mercati finanziari europei, entrati di diritto nell’allocazione di portafoglio 2015, vedono così mitigarsi un altro ostacolo all’aggancio con la crescita economica, visto che la questione greca non pare preoccupare più di tanto.
Ma la Turchia non brilla e si perde in una bolla.

I mercati Emea, come Ungheria, Romania, Polonia e Repubblica Ceca, insieme a quelli asiatici restano l’ultima soglia di paradiso nell’ambito dei Paesi emergenti e simili, che come categoria hanno perso smalto nel cuore degli investitori. Indubbiamente alcuni Paesi sono ancora esposti verso il disastrato sistema bancario greco, ma una Fed meno aggressiva del solito sta limitando i negativi effetti del dollaro forte in queste due aree. La recente riunione del G20 a Istanbul, aldilà del solito comunicato di facciata tutto incentrato sugli obiettivi del Piano di Azione firmato a Brisbane, tra occupazione e stimoli alla crescita del Pil, pare però non aver fatto molto bene alla lira turca che continua a indebolirsi così come il quadro socio-politico del Paese.

Il fatto che non via sia alternativa all’Akp, data la dissolvenza dell’opposizione, è un dato di fatto, ma questo secondo mandato di Erdogan, come nella migliore tradizione degli autoritarismi, vede un più evidente attacco al secolarismo ed alla laicità dello Stato. Eliminate ormai da tempo le ingerenze dell’esercito, Erdogan ha iniziato ad agire pesantemente sulle minoranze, sui social, sui media, fino a imporre l’ottomano nelle scuole sin dalle primarie, trasformando e intaccando i programmi statali, eliminando autori scomodi e materie troppo “libertarie”. Così facendo ha contribuito ad alimentare una bolla nella quale il Paese si sta rinchiudendo, impermeabile alle manifestazioni di piazza, alla riduzione di libertà fondamentali e con i prezzi delle case alle stelle nelle principali città, un elevato costo sociale dei profughi siriani, e un elevato pericolo attentati dato dall’ambiguità della politica governativa verso l’Is.

Il calo del petrolio e delle commodity sta tuttavia aiutando la riduzione del deficit di parte corrente al 5,7% nel 2014 dal 7,9% l’anno precedente. Anche l’inflazione mostra segni positivi riducendosi al 6,5%, ma ciò non basta a ridurre il nervosismo in vista delle prossime elezioni di giugno. Il consenso degli investitori è messo così a dura prova da una deriva conservatrice delle istituzioni, e dal venir meno dell’indipendenza della Banca Centrale. Con il settore manifatturiero e le esportazioni che tornano ad accelerare, i rischi di un downgrading da parte di Moody’s al di sotto dell’investment grade, in linea con S&P, permane. I flussi di portafoglio rallentano rispetto a ottobre –novembre 2014 e nell’ultima settimana son usciti dal Paese 674 miliardi di dollari Usa tra fondi azionari e obbligazionari.

Le ultime dichiarazione di Erdogan sulla diffusione dell’Islam in Europa durante la riunione del Puic, il Parlamento dei Paesi islamici, non si discostano dai toni che lo hanno portato in carcere nel 1999 per incitazione all’odio razziale. Le immagini del 12 gennaio sulle scalinate del mega palazzo, che fa impallidire Versailles, con a fianco 16 uomini nelle vesti ottomane hanno fatto il giro del mondo, raffigurando tutta la perdita del valore accumulato nel tentativo di affrancare il modello turco come un modello di Islam moderato sin dai tempi delle primavere arabe. La Turchia non è risultata con Erdogan un modello per le società islamiche, ed ha perso anche quell’aurea di superpotenza emergente promulgata da Gulen dal suo rifugio in Pennsylvania. L’immagine onnipresente di Ataturk, il padre della patria, resta come monito alla nemesi di un potere autoritario che ha perso forse una grande e unica occasione di riscatto politico ed economico.

About the author, Claudia Segre

As a financial expert, author, speaker, and the president of Global Thinking Foundation, Claudia Segre believes the only way to build a brighter, more prosperous future is to invest in the financial education of all women and girls.

She uses her platform to fight economic violence, accelerate financial inclusion for women, support female entrepreneurs, and promote the role of fintech in closing the gender gap.

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