Dollaro al test delle elezioni USA

Gli effetti del referendum inglese colpiscono anche il dollaro americano, con la prospettiva di un andamento del cross verso euro che potrebbe subire la stessa volatilità delle borse azionarie e aggiungersi alla variabile delle decisioni di politica monetaria della Fed.
Senza contare che negli Usa siamo in piena campagna elettorale e che se fino alla scorsa settimana molti flussi di portafoglio si erano rifugiati sui Treasuries, ora dopo che la Yellen ha ritirato le aperture di qualche settimana fa su un possibile rialzo dei tassi a luglio la divisa americana resta ostaggio di un range 1,12-1,15.

Apparentemente il dollaro sembra avere perso direzionalità, in attesa di prezzare correttamente gli eventi sulle spalle di un paese come gli Stati Uniti d’America che hanno perso il ruolo salvifico globale e sembrano rifugiarsi in un nazionalismo “armato”, dopo i fatti tragici di Orlando, e in un protezionismo necessario a comprendere come si muoverà la nuova (probabile) amministrazione Clinton.
L’incertezza dello scenario economico globale è lo stereotipo dietro al quale abbiamo sentito ancora una vota nascondersi la Yellen durante la testimonianza Humphrey-Hawkins e anche lo stesso Draghi della BCE. Di fatto gli scenari possibili sono due e vedono gli analisti divisi tra chi si aspetta un doppio rialzo (a settembre e dicembre) e chi non vede plausibile un rialzo a settembre soprattutto guardando ai recenti dati sulla disoccupazione.

In questo momento gli unici asset che beneficiano di un dollaro “debole” son quelli asiatici e, d’altro canto, non c’è più motivo di attendersi un rafforzamento repentino del biglietto verde con l’avvicinarsi del referendum inglese ove il risultato pare ormai decisamente orientato a favore del “Remain” nell’UE degli inglesi.

Tenuto conto invece di una Cina sempre più interventista sul cambio dopo aver perso l’aggancio all’indice Morgan Stanley (MSCI) per le sue azioni del listino A e nell’imminenza di rientrare nel paniere delle divise dell’FMI da ottobre, è più facile ipotizzare un ulteriore indebolimento del dollaro Usa, quel tanto che non crei danni alla parte finale della corsa della Clinton alla Casa Bianca.

Un cross EurUsd che rientra a 1,15 stabilmente sino alla fine dell’anno è lo scenario più probabile anche perché su ogni sfondamento verso 1,17 sono già pronti compratori copiosi a scavalco d’anno. E su questi movimenti contenuti inevitabilmente riprendono fiato le altre divise in primis la sterlina e lo yen giapponese e poi a seguire le divise locali emergenti, astenendosi ovviamente da lira turca e real brasiliano, dato il quadro politico incerto.
Sui mercati, il prolungarsi di un periodo di relativa debolezza per il dollaro Usa e con i rialzi dei tassi posticipati (o comunque diluiti nei loro effetti) aiuterà la redditività degli investimenti dando maggiore respiro alle Corporates Usa e ai mercati azionari che non perdono smalto, facendo da buon viatico “alla prima” presidente nella storia degli Usa

About the author, Claudia Segre

As a financial expert, author, speaker, and the president of Global Thinking Foundation, Claudia Segre believes the only way to build a brighter, more prosperous future is to invest in the financial education of all women and girls.

She uses her platform to fight economic violence, accelerate financial inclusion for women, support female entrepreneurs, and promote the role of fintech in closing the gender gap.

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