La scuola e l’AI. La Norvegia mette al centro la persona, non la tecnologia

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Claudia Segre

Autrice, speaker, e presidente della Global Thinking Foundation

di Claudia Segre

https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/07/27/news/la_scuola_e_lai_la_norvegia_mette_al_centro_la_persona_non_la_tecnologia-22436298

L’ANGOLO DEI BLOGGER. La scelta norvegese pone all’Europa un vero dilemma: in che modo la tecnologia aiuta davvero ad apprendere e come si può evitare il rischio di condizionare lo sviluppo delle capacità cognitive? Un interrogativo che pone anche l’introduzione dell’AI Act, che ricorda che la vera innovazione è investire nelle competenze umane.

Sono anni che l’introduzione del digitale nella didattica ha sollevato interrogativi sulle priorità tra l’aggiornamento delle competenze dei docenti e il cambiamento dei curricula per adeguarli a un mondo del lavoro che, proprio grazie al digitale, cambia e richiede nuove competenze. La digitalizzazione della scuola è stata vista come una corsa inevitabile verso il futuro, e anche l’introduzione di strumenti digitali nelle scuole ha sempre coinciso con la prospettiva di una didattica migliore. Oggi, però, qualcosa sta cambiando.

La Norvegia ha deciso di cambiare rotta. E così, dal prossimo anno scolastico, gli studenti tra i 6 e i 13 anni non dovrebbero utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa, mentre tra i 14 e i 16 anni l’impiego sarà consentito solo in modo graduale e sotto la supervisione degli insegnanti. Nella scuola superiore l’obiettivo diventa preparare gli studenti ad un uso responsabile dell’intelligenza artificiale in vista dell’università e del lavoro. Parallelamente e cogliendo di sorpresa molti ancora scettici, il governo ha deciso di rafforzare il ritorno ai libri cartacei e ai materiali stampati nella scuola dell’obbligo.

La decisione ha intensificato il dibattito e qualcuno l’ha interpretata come un ritorno al passato come fosse una bocciatura della tecnologia e un passo indietro, quasi una negazione dell’inevitabile. In realtà, leggere la notizia in questa ottica è un errore, perché la domanda che la Norvegia ora pone all’Europa è molto più che un quesito temporale: è un vero dilemma: in che modo la tecnologia aiuta davvero ad apprendere e come si può evitare il rischio di condizionare lo sviluppo delle capacità cognitive?

L’Intelligenza Artificiale è probabilmente la più straordinaria innovazione educativa degli ultimi decenni, e questo è un fatto. Indubbi i suoi meriti: partendo dalla sua capacità di personalizzare i percorsi di apprendimento, di supportare gli studenti con bisogni educativi speciali, di tradurre contenuti, di suggerire esercizi, sino ad assistere i docenti nella preparazione delle lezioni. Ma la stessa tecnologia può anche produrre un effetto opposto se viene introdotta troppo presto nei programmi scolastici, o senza un’adeguata “mediazione educativa”.

Ragionando sui più piccoli: un bambino che affida all’algoritmo la scrittura di un testo, se non ha ancora imparato a costruire un ragionamento autonomo, rischia non solo il plagio, ma anche di creare il presupposto di una rinuncia graduale allo sforzo cognitivo: leggere, memorizzare, collegare informazioni, ed anche sbagliare, correggersi, sino a sviluppare uno spirito critico. Queste competenze rendono possibile utilizzare l’Intelligenza Artificiale senza diventarne dipendenti.

Da qui la nuova legge, con cui la Norvegia distingue nettamente le diverse fasce d’età, con un obiettivo evidente: consolidare prima le competenze fondamentali e poi, solo successivamente, creare i presupposti per sviluppare una cittadinanza digitale consapevole; l’insegnamento degli strumenti di intelligenza artificiale deve avvenire quando si è già sviluppato un pensiero critico per ottimizzarne l’utilizzo. Deve essere una progressione educativa che mette al centro la persona, non la tecnologia.

E, come la Norvegia, anche la Svezia, che è considerata da sempre uno dei modelli eccellenti della scuola digitale a livello mondiale, sta investendo nuovamente proprio in libri cartacei, biblioteche scolastiche, e scrittura manuale, dopo aver verificato un progressivo indebolimento delle competenze di base negli anni passati. Ma non basta perché ora scendono in campo anche Francia, Paesi Bassi, Finlandia e Danimarca, che hanno recentemente rafforzato le limitazioni all’uso degli smartphone nelle scuole, privilegiando ambienti “phone-free” per favorire la concentrazione, le relazioni sociali e la qualità dell’apprendimento.

Con l’entrata in piena operatività dell’AI Act ad agosto 2026, l’Europa introduce un principio destinato a incidere profondamente non soltanto sulle imprese, ma anche sulle pubbliche amministrazioni e sugli enti che utilizzano sistemi di Intelligenza Artificiale: l’obbligo di garantire un adeguato livello di AI literacy, cioè di alfabetizzazione in materia di Intelligenza Artificiale, a tutti i lavoratori e lavoratrici. L’AI literacy significa comprendere come funzionano gli algoritmi, conoscerne i limiti, i rischi, i bias, le implicazioni etiche, le responsabilità giuridiche, la protezione dei dati personali, la trasparenza e la supervisione umana. Significa essere in grado di utilizzare l’intelligenza artificiale in modo competente, proporzionato e consapevole.

E, per la prima volta, una normativa europea afferma che non basta introdurre una tecnologia: occorre preparare le persone a usarla in modo responsabile. Di fronte a questo cambio di paradigma culturale, l’AI Act ci ricorda che la vera innovazione è investire nelle competenze umane.E così, a monte, lo stesso principio dovrebbe guidare anche la scuola.

L’alfabetizzazione all’Intelligenza Artificiale non può iniziare insegnando a scrivere il prompt perfetto. Deve iniziare molto prima, sviluppando la lettura, la scrittura, la logica, il metodo scientifico, le capacità argomentative, l’educazione ai dati, la cittadinanza digitale e il pensiero critico. Solo chi possiede queste competenze sarà davvero libero di utilizzare l’IA senza esserne condizionato, perché l’intelligenza artificiale non è in discussione, ma lo è il modo in cui introdurla, senza impoverire le competenze cognitive delle nuove generazioni.

Per questo il caso norvegese non rappresenta un rifiuto della modernità. Rappresenta piuttosto un invito a distinguere tra innovazione tecnologica e innovazione educativa; dove la prima consiste nell’introdurre strumenti sempre più sofisticati mentre la seconda consiste nel formare cittadini che siano capaci di comprendere gli strumenti, governarli e, se necessario, anche metterli in discussione.

L’Europa insieme con l’AI Act, ci sta dicendo che la tecnologia non può sostituire il pensiero critico; può soltanto amplificarlo, e la sua genesi è prioritaria. La scuola dovrebbe quindi consegnare alle nuove generazioni: non una corsia preferenziale per usare l’Intelligenza Artificiale il prima possibile, ma, prima di tutto, imparare a pensare, in modo da poterla utilizzare senza rinunciare alla propria autonomia di pensiero. Perché la vera alfabetizzazione digitale consiste nel saper ragionare, prima di tutto, come esseri umani; solo così l’AI literacy diventa una nuova forma di cittadinanza economica e democratica, e chi non ne comprende  le logiche rischia una nuova forma di esclusione sociale, proprio come accade a chi non possiede competenze finanziarie.

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