di Claudia Segre
L’ANGOLO DEI BLOGGER. Mohammed bin Salman sembra un abile giocatore: mantiene il rapporto con Trump aperto in attesa che il Senato Usa approvi il nuovo piano di cooperazione nucleare civile, dialoga al contempo con la Cina, e poi costruisce corridoi commerciali con l’India e l’Europa, lascia aperta la prospettiva di una normalizzazione con Israele e, nel frattempo, si assicura la vicinanza militare di Turchia e Pakistan.
06 settembre 2026 alle 09:25
Sulla scacchiera mediorientale, le tensioni non si placano e dietro una partita che ha superato il semestre tra Iran e Usa ci sono I tavoli degli accordi multilaterali che mettono in movimento: governi, imprese e università che collaborano, oppure eserciti che coordinano strategie e sistemi di difesa. Gli Accordi di Abramo e il nuovo Patto della Mecca, la cosiddetta “Nato islamica”, raccontano due idee diverse di dialogo regionale: la prima costruita sull’interdipendenza economica, la seconda sulla deterrenza militare.
Gli Accordi di Abramo, avviati nel 2020, come si sa, hanno avviato una normalizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, ai quali si sono affiancati con percorsi differenti il Marocco e il Sudan, grande assente l’Arabia Saudita. Si è così aperto lo spazio politico per accordi economici importanti tra gli Emirati e Israele,che sono arrivati e hanno visto fin da subito attivarsi voli diretti, e poi investimenti, turismo e un partenariato effettivo che ha ridotto le barriere e ampliato la cooperazione su più fronti in energia, salute, sicurezza alimentare e tecnologie avanzate. I numeri dimostrano che non si è trattato soltanto di una nuova fase della diplomazia tra i due Paesi, ma in 6 anni gli scambi cumulati tra gli Emirati e Israele hanno raggiunto circa 14 miliardi di dollari. Ed anche durante anni segnati dalla guerra e da tensioni politiche molto complicate, le relazioni commerciali e tecnologiche hanno continuato a funzionare. Ed è questo il valore strategico più interessante degli Accordi di Abramo, che hanno creato interessi concreti in grado di sopravvivere, almeno in parte, alle crisi dei governi ed alla permanenza delle tensioni nell’area.
E dal presupposto del Strategic Mutual Defence Agreement tra Arabia Saudita e Pakistan dello scorso anno, proprio a fine agosto, ha preso vita il più recente Patto della Mecca, firmato il mese scorso dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e dal Pakistan, con una logica opposta, perché il presupposto è quello di un accordo di mutua difesa per il quale un’aggressione contro uno dei tre Paesi viene considerata un’aggressione contro tutti. Sono previsti quindi un coordinamento politico e militare, esercitazioni congiunte e cooperazione nel mondo cyber: dai droni all’intelligenza artificiale applicata alla difesa e alla produzione di armamenti. La formula è molto simile all’articolo 5 della Nato sulla difesa collettiva, ma gli impegni operativi sono meno definiti in questo caso e non è ancora chiaro quale risposta scatterebbe automaticamente in caso di attacco.
Mohammed bin Salman, con il Patto della Mecca, esalta il suo ruolo di Custode delle Due Sacre Moschee e, sorprendendo un po’ tutti, sancisce il primo accordo di difesa congiunta al di fuori del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), allargandone idealmente i confini. Infatti, per la prima volta un Paese del GCC sigla un accordo di difesa con una potenza nucleare, moltiplicando le scacchiere in un tentativo di strategia di “hedging” geopolitico verso gli Usa e avvicinando due Paesi forti militarmente ma fragili economicamente. Il Pakistan, che fa pesare il suo essere una potenza nucleare, la sua esperienza militare e il rapporto storico con il Regno Unito, che continua a mostrare una ripresa economica fragile, e un debito molto elevato e che quindi ha bisogno di sostegno finanziario esterno, che ovviamente I sauditi son pronti ad offrire. E lo stesso discorso vale per la Turchia, il secondo esercito della Nato, che tra inflazione elevata, vulnerabilità energetica e un potere presidenziale sempre più autoritario e repressivo ha bisogno di “stare in partita” e cerca un ruolo da comprimario.
Due piattaforme di dialogo, in cui, da una parte, il business e il conseguente sviluppo economico e sociale dei Paesi, con gli scambi tecnologici, caratterizzano l’infrastruttura della pace tra le parti; dall’altra, vi è un intento comune sulla sicurezza, che è presupposto della sopravvivenza. Sia il Patto della Mecca che gli Accordi di Abramo contengono una dimensione tecnologica orientata alla difesa e non escludono la cooperazione sulla sicurezza, così la differenza sostanziale sta nel punto di partenza: gli uni cercano di rendere la pace costruttiva ; l’altro di rendere la guerra più costosa e così di scoraggiarla .
Al centro di questa serie di partite a scacchi simultanee compare l’Arabia Saudita, che non ha firmato gli Accordi di Abramo, prendendo tempo con Donald Trump e pur sapendo quanto siano indispensabili per la loro possibile estensione e per la visione economica regionale che li accompagna. Ma non basta perché Riad è un partner fondamentale anche per il corridoio Imec tra India, Paesi del Golfo, Israele ed Europa che resta molto più difficile da realizzare senza I sauditi. Bin Salman sembra un abile giocatore di scacchi che gioca contemporaneamente su più tavoli: mantiene il rapporto con Washington aperto in attesa che il Senato USA approvi il nuovo piano di cooperazione nucleare civile, dialoga al contempo con la Cina, e poi costruisce corridoi commercali con l’India e gli Emirati per definire le infrastrutture del future per il suo ambizioso piano Vision 2030, e ovviamente lascia aperta la prospettiva di una normalizzazione con Israele e, nel frattempo, si assicura la vicinanza militare di Ankara e Islamabad.
Questa capacità di giocarsi “la simultanea” non è priva di rischi e potrebbe trasformarsi in un domino letale. Basti pensare a come il legame con il Pakistan inquieti non poco l’India, che è un partner economico essenziale per i Paesi del Golfo e per l’IMEC. Il confronto tra “Abramo e la Mecca” mostra così il bivio del Medio Oriente e come la sicurezza può nascere dall’interesse economico condiviso o dalla paura condivisa di nuovi fronti bellici. Gli Accordi di Abramo hanno dimostrato che tecnologia e commercio possono dare sostanza alla diplomazia e il Patto della Mecca dovrà dimostrare di essere più di una dichiarazione di solidarietà militare ed intanto l’Arabia Saudita proverà a tenere unite entrambe le strade, perché Vision 2030, il suo piano strategico lanciato nel 2016 dal principe ereditario Mohammed bin Salman per diversificare l’economia e ridurre la dipendenza dal petrolio, ha bisogno sia di sicurezza che di mercati aperti. La forza di un accordo multilaterale si vede quando produce un futuro che tutti hanno interesse a non distruggere, ed è su questo terreno, più che sulle solenni strette di mano a favore della stampa, che si misurerà la distanza tra Abramo e la Mecca.





