Al Financial Health Forum la presidente della Global Thinking Foundation spiega perché riconoscere l’abuso finanziario nel codice penale non è più rimandabile
21 maggio 2026 alle 11:58
In Italia 5,8 milioni di persone rinunciano alle cure per motivi economici. La spesa out-of-pocket delle famiglie ha raggiunto i 41,3 miliardi di euro, in crescita del 26,8% in dieci anni. La salute, sempre di più, è una questione di portafoglio. E quando il portafoglio è un campo di battaglia, la salute diventa un privilegio.
È da qui che parte il secondo Financial Health Forum, primo evento in Italia dedicato alla salute finanziaria, che si è tenuto il 18 maggio nella Sala della Protomoteca del Campidoglio. A organizzarlo sono Deloitte, PQE Group e la Global Thinking Foundation, fondata nel 2016 da Claudia Segre dopo trent’anni nei mercati internazionali, con l’obiettivo di portare l’educazione finanziaria alle donne e alle fasce più fragili della popolazione.
Segre spiega cosa ha reso necessario questo secondo appuntamento. “Abbiamo visto che l’esito dei progressi fatti in ambito di consapevolezza sulla violenza economica, anche grazie al lavoro della Commissione bicamerale sul femminicidio con la relazione sulla violenza economica, le oltre 70 audizioni che sono state fatte, ci hanno permesso di costruire un ambito sul quale costruire una fattispecie di reato, identificare quegli aspetti del benessere che riguardano la sostenibilità economica finanziaria delle persone e delle famiglie”, spiega Segre. “Era venuto il momento di approfondire questa ricerca e metterla a disposizione delle imprese, facendo capire che se le farmaceutiche, le fondazioni, il terzo settore e le istituzioni hanno lavorato in questo senso per aumentare la consapevolezza, adesso è l’ora di trasformarla in maggiore benessere per le persone”.
Il punto è che la violenza economica, che consiste nel controllare i conti della partner, impedirle di lavorare, sottrarre lo stipendio, in Italia non è ancora un reato autonomo, nonostante la Convenzione di Istanbul la riconosca come forma di violenza. Il 15 aprile scorso la Commissione parlamentare sul femminicidio ha approvato all’unanimità una relazione di 200 pagine che chiede di inserirla nell’articolo 572 del codice penale. Segre conosce quel percorso e ne rivendica la direzione: “I risultati, proprio alla luce di questi cinque anni dall’inserimento nel reato di abuso domestico nei paesi anglosassoni, ci hanno dimostrato la validità di questa connotazione di reato. Adesso che abbiamo i dati, adesso che abbiamo il contesto, dobbiamo lavorare per mettere in pratica l’attuazione della Convenzione di Istanbul, che prevede che diventino reati anche la violenza economica e la violenza psicologica, e soprattutto per le imprese la piena applicazione della Convenzione 190 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro in ottica di prevenzione”.
La ricerca presentata al Forum, condotta su 104 aziende pharma, 115 strutture sanitarie e 1.500 studenti e neo-lavoratori, conferma il cortocircuito: il 35% dei pazienti subisce un impatto economico diretto dalla malattia, il 43% non conosce i benefit welfare a cui avrebbe diritto, il 70% non ne usufruisce. Sul FemTech, le tecnologie dedicate alla salute femminile, il dato è paradossale: l’87% degli studenti non sa cosa sia, eppure la stessa percentuale lo considera un benefit importante nel welfare aziendale.
Segre riconduce tutto a una radice culturale: “C’è un retaggio culturale che ha permesso l’invisibilità della violenza economica, il mancato riconoscimento, l’esclusione finanziaria delle persone che ne hanno sofferto e la mancanza delle aggravanti nell’ambito dell’abuso domestico”. La strada, dice, è fare in modo che “tutti gli strumenti che parlano di violenza economica siano alla portata di tutti, non solo col manuale della violenza economica, ma con lo sforzo comune in ambito europeo anche con le nuove direttive comunitarie. Questo aiuterà le persone a riconoscersi in una forma di violenza che porta un danno economico a tutti noi”. Resta il fatto che il denaro non è neutro. È il luogo dove si costruisce o si demolisce l’autonomia di una persona e, ad oggi, controllare i conti del partner resta un comportamento che il codice penale italiano non punisce ancora.





