Dalla Bielorussia all’Azerbajgian passando per la Libia Putin ed Erdogan dominano la scena internazionale senza che l’Europa sia in grado di far sentire adeguatamente la sua voce

A seguire la risoluzione dell’ONU emanata a metà ottobre dopo due settimane di conflitto armato durissimo, anche il Comune di Milano riconosce la Repubblica Indipendente del Nagorno Karabakh (Artsakh), che da tempo chiede l’annessione all’Armenia, mentre dai palazzi comunitari europei il sostegno all’Azerbaijan da parte dell’Ungheria di Orban non stupisce e si cerca di definire una risposta coordinata oltre la retorica del conflitto religioso tra Islam e Cristianesimo. 

Un anno fa anche la Camera dei Rappresentanti americana aveva riconosciuto il genocidio armeno del 1915 perpetrato dai turchi dell’Impero Ottomano e in quell’occasione aveva anche votato per le sanzioni contro la Turchia per l’intervento armato nel nord est della Siria, a scapito delle popolazioni curde. Mentre i telegiornali italiani non dedicano che poco spazio a questi avvenimenti alle porte d’Europa.

Dalla Bielorussia all’Azerbaijan, passando per la Libia: Putin ed Erdogan attori primari

Le recenti mosse di Erdogan condizionano con la contestata istituzione della Zona Economica Esclusiva, nel Mar Mediterraneo antistante anche alla Grecia, qualsiasi sviluppo di nuovi gasdotti che possano raggiungere il Sud Europa. Il teatro libico dal canto suo ha subito una svolta a metà settembre con l’impiego operativo dei caccia russi che da maggio erano stati spostati nell’area controllata da Khalifa Haftar, che vanta il sostegno degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, della Giordania, della Francia e della Russia stessa.

Mentre la Turchia, con il Qatar, sta supportando il GNA di Fayez al-Sarraj riconosciuto dall’ONU, il Governo di Accordo Nazionale, basato a Tripoli e ottenendo il porto di Misurata e la possibilità di installare una base militare e cambi di addestramento finanziati direttamente dal Qatar. Il prossimo Febbraio saranno dieci anni dall’avvio della guerra civile in Libia (l’articolo di FIRSTonline sulle mire di Erdogan). Nell’accordo tra le parti firmato ad agosto l’Italia si è defilata affiancandosi alle proteste europee per le ingerenze turche nel Mediterraneo. Son in corso negoziati ONU in Tunisia che si protrarranno sino a novembre.

E se Putin risulta attivo su più fronti, tanto da arrivare a fornire all’India hardware militare per supportare il conflitto al confine himalayano con la Cina, è bastato dichiarare il suo appoggio al neo eletto Presidente bielorusso Lukashenko per affossare qualsiasi speranza del popolo bielorusso riversatosi nelle piazze a protestare per i brogli elettorali per un intervento europeo coordinato di sanzioni e misure mirate a contenere l’azione repressiva contro i manifestanti. E per assicurare una piena garanzia dei diritti dei cittadini che son stati arrestati in massa, dai giornalisti agli studenti universitari in un “film” già visto all’indomani delle proteste di Gezi Park a Istanbul (vedi l’articolo sulla Bielorussia).

Anche se la reazione nelle riunioni Ue a metà agosto era stata immediata a parole nel condannare gli scontri e nel non riconoscere il risultato elettorale, solo con il Consiglio Europeo Straordinario delll’1 e 2 ottobre son state ufficializzate misure quali divieti alla mobilità nell’UE e congelamento dei beni per 40 persone accusate di aver perpetrato intimidazioni e repressione dell’opposizione e di cittadini inermi, nonché sanzioni e riconoscimento dei diritto a nuove elezioni democratiche che vedranno anche un piano di sostegno economico della Commissione Europea rivolta verso una Bielorussa, che trovi in una tornata elettorale democratica e monitorata dagli osservatori internazionali. In contrapposizione la Russia non sta valutando un intervento come in Crimea ma ha stanziato già 1,5 miliardi di dollari usa per rafforzare l’economia e la sicurezza del Paese, battendo sul tempo gli europei.

Per la questione bielorussa gli interessi commerciali di Francia, Germania e Italia son chiari ed anche il tentativo di mantenere un canale diplomatico aperta con Lukashenko, e anche nel caso dello scontro tra azeri e armeni del Nagorno Karabakh gli interessi commerciali son preminenti verso l’Azerbaijan. La questione si complica però per l’ingerenza turca, arrivata al punto di autotrasportare mercenari siriani nell’area. La strategia espansionistica turca, che pare abbia incoraggiato l’Azerbaijan ad attaccare la regione contesa, garantendo il supporto dei miliziani jihadisti siriani, ha impresso un’escalation inaspettata allo scontro in atto.

I turchi difendono poi anche gli approvvigionamenti petroliferi azeri che attraversano l’area georgiana sino ad arrivare in Turchia, grazie all’oleodotto detto BTC Baku- Tblisi- Ceyhan. Putin si è “preso una pausa di riflessione” perché gestire l’arrembaggio turco in Siria era un conto giustificare la mossa a sorpresa turca ha contorni diplomatici con l’UE molto diversi, e indipendentemente dagli accordi energetici in vigore su entrambi i lati.

Ora è in atto una tregua umanitaria. Una tregua che si spera regga dopo il fallimento di quella firmata il 10 ottobre tra i Governi dei due Stati confinanti, e che nonostante l’impegno profuso dal Ministro degli Affari esteri russo Lavrov, immediatamente fu violata dal lancio di missili e droni. La posizione UE, e un’eventuale decisione del Consiglio europeo in questo caso è complicata da recenti accordi bipartisan che garantiscono sia l’Azerbaijan che le richieste autonome locali armene ma senza alcun punto firmo.

Conclusioni verso le le elezioni USA

Il tallone d’Achille del più accreditato tra i due contendenti delle elezioni USA è la politica estera, anche con riferimento alle debolezze intrinseche dell’eredità lasciata dall’Amministrazione Obama. E’ innegabile che Trump rifugiandosi in un aperto protezionismo, politicamente giustificato poi per l’aggravarsi delle situazione economica americana, abbia comunque portato messo a segno nel quadro mediorientale importanti accordi diplomatici, come il recente Trattato di Pace “Abraham Accords” .

Biden per contro se vincerà si ritroverà a gestire lo scottante dossier iraniano, in un momento di arrembaggio di Russia e Turchia dal Mediterraneo all’Asia centrale. Convincere Putin ad un disimpegno dal Nord Africa per arginare le minacce missilistiche verso il comando sud della NATO, sarà però impresa ardua.

Le dichiarazioni di Biden contro il sostegno assicurato da Trump all’Arabia Saudita nella guerra con lo Yemen lo espongono a riequilibrare i rapporti almeno con i partner di sempre: come Giappone e Unione Europea, e quindi a dare priorità ad un aspetto sul quale pare poco incline o interventista.

Con Gli Stati Uniti in stand by per le elezioni presidenziali, l’Unione Europea fa quello che può per affrontare coerentemente le nuove minacce geopolitiche che la distraggono dal Green New Deal. E la Cina  decuplica in pochi anni la spesa per Ricerca e Sviluppo consolidando la sua posizione sia nel continente africano che con i partner asiatici riuniti nella AIIB, la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture. Il mondo ha cambiato assetti geopolitici definitivamente, perché il COVID e l’emergenza pandemica possono anche questo.