Le banche europee che li avevano accolti a braccia aperte ora guardano con preoccupazione a possibili disinvestimenti e sono colpite da un’ondata di vendite speculative

Anche questa settimana, nella quale si festeggia l’entrata della Cina nel nuovo Anno Lunare sotto il segno della Scimmia, la direzione dei mercati non cambia e le parole di Draghi che inaspettatamente ha chiarito come vi siano “forze globali che concorrono (traduzione edulcorata di “conspiring”) a tenere bassa l’inflazione”, ai più parevano un monito chiaro.

Tutto gira intorno a quella componente fondamentale dell’inflazione, il petrolio, che ormai dall’ottobre dello scorso anno permane sotto i 50 dollari Usa, una soglia tecnicamente cruciale per gli esportatori, e che ha costretto i fondi sovrani , soprattutto legati ai Paesi produttori di petrolio, a ridimensionare i propri portafogli e quindi le scommesse aperte sui mercati internazionali e particolarmente su quelli europei. Inizialmente questi fondi hanno ridotto investimenti ed attività di M&A e acquisizioni di quote azionarie nelle società estere e poi hanno iniziato dallo scorso fine anno ad alleggerire le posizioni in portafoglio soprattutto sui mercati azionari. Si calcola che vi siano ancora oltre 200 miliardi di dollari da liquidare a meno di un rapido rientro alla soglia psicologica di quotazione capace di garantire margini salvifici per i deficit pubblici di questi Paesi dell’OPEC , ma non solo.

Le banche europee che avevano accolto i fondi sovrani a braccia aperte ora guardano con preoccupazione a un possibile disinvestimento e sono colpite da un’ondata speculativa di vendite. I fondi sovrani hanno accumulato partecipazioni bancarie importanti come il 10% in Credit Suisse e Unicredit, il 9% di Barclays ed il 6% di Deutsche Bank. Il Ministro del Petrolio saudita Al Naimi, dopo un incontro positivo con i venezuelani a Riad, ha pubblicato un comunicato congiunto che chiude il Road Show del Ministro sudamericano Del Pino che ha visitato anche Iran, Qatar e Oman per raccogliere un consenso per un prossimo incontro legato all’impellenza di dare una stabilità ai prezzi petroliferi.

Il Presidente della Fed, Yellen, parlerà davanti ai due rami del Parlamento americano in settimana e verrà certamente subissata di domande sia dai parlamentari che dai Senatori, già sufficientemente nervosi per una campagna elettorale che sta offrendo ulteriore nervosismo allo scenario politico domestico, e dove cercherà di riaffermare le prerogative di una autonomia ed imparziale modalità di azione che viene criticata nelle tempistiche ed a prescindere delle difficoltà del momento economico mondiale.

Lunedì 8 febbraio anche i titoli governativi europei che avevano rappresentato sino ad ora un’ancora di salvezza anti panico hanno visto vistose prese di profitto e certamente la chiusura dei mercati Usa della settimana precedente già preannunciava ulteriori ribassi. Le società americane recentemente interpellate sui rischi recessivi confermano il rallentamento delle vendite dallo scorso novembre con eccezioni del “digital business”. Ed è indubbio che gli effetti della caduta del petrolio si facciano sentire non solo per l’industria energetica statunitense ma anche per gli stimoli fiscali federali stanziati per il settore, che adesso vengono meno.

La Russia è ora il primo partner cinese per il petrolio, grazie anche alle sanzioni Usa/Ue che hanno permesso di consolidare un’alleanza già consistente in termini di interscambio commerciale. Agli inizi della decade in corso la Cina importava il 20% dall’Arabia Saudita ed il 7% dalla Russia, ma ora i due Paesi si sfidano in un testa a testa sul filo del 15% di peso ciascuno. Ciò è avvenuto grazie all’introduzione del rublo nel basket delle divise convertibili in yuan renmimbi ma soprattutto dall’intensificarsi dei pagamenti in yuan-rubli alla Borsa di Mosca e negli scambi petroliferi tra i due Paesi, infatti la Cina è il miglior partner commerciale a sua volta per la Russia. E l’entrata dello yuan nelle divise dell’Fmi in ottobre rafforzerà ulteriormente il ruolo di questa partita a scacchi valutaria per questi due attori protagonisti assoluti.

Che siano “forze globali” o Hedge Fund alla ricerca di un riscatto dal rischio di una chiusura anticipata più inclini a giocare allo ribasso sui mercati, o semplicemente fondi sovrani in fase di “ deleveraging” pesante, sicuramente i mercati europei hanno perso una scommessa in termini di allocazione strategica per quest’anno. E a causa dei problemi strutturali dell’UE stanno pagando un prezzo altissimo per il ritardo che hanno avuto nel mettere mano ad un contenimento del debito sovrano ed alle riforme necessarie a contenere i danni economici e finanziari di una disgregazione politica e sociale evidente. Non abbiamo toccato il fondo a quanto pare per buona pace delle forze ribassiste che lavorano a pieno ritmo e senza che l’appello di Draghi sia stato accolto da un G20 ormai inefficiente alla sua funzione stabilizzatrice.

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