Mercati 2016, il peso dei rischi geopolitici

Il 2016 si è aperto in un clima da “guerre stellari”, con le banche centrali ancora protagoniste ma senza la forza di reagire a nuovi picchi di nervosismo

L’aumento del rischio geopolitico ha messo le banche centrali in un angolo condizionando la loro azione sui tassi di interesse che inevitabilmente diventa più graduale negli Usa, nulla in Inghilterra e mette sotto pressione la Bce per un ampliamento del quantitative easing. Forse la cautela di Draghi aveva un fondamento nelle paure di un inizio del nuovo anno che si dimostra problematico e torna a riportare l’attenzione sull’elevato indebitamento dei Paesi G7, una diffusione indiscriminata e con effetto boomerang nell’uso delle sanzioni e il permanere delle incertezze sulla ripresa cinese.

Per i mercati emergenti, oltre ad un rischio idiosincratico che vede sommarsi istanze politiche a fragilità economiche e strutturali, si aggiunge una “tassa” per il dilagare degli attentati terroristici che colpiscono al cuore le entrate turistiche ma anche gli investimenti a lungo termine e soprattutto gli interscambi commerciali. Questa tensione palpabile ha conseguenze estreme su tutte le tornate elettorali alimentando nazionalismi e difese autoritarie più o meno evidenti. Pochi mercati e perlopiù legati all’Ue, come Polonia, Slovacchia, Romania, Croazia ed Ungheria, contengono le perdite diffuse che vedono a meno di due settimane dall’inizio dell’anno i mercati azionari scendere anche oltre il 10% in certi casi.

Brasile e Sudafrica sono accumunati poi anche da altre variabili sociali che vanno da livelli elevati di disuguaglianze reddituali, la mancanza di un’azione concreta di Governo sulle riforme necessarie e un fardello dell’apparato statale che risulta estremamente oneroso. E dopo l’attentato in Turchia fanno da fanalino di coda alle strategie in divisa locale. Poi ci sono i “default tecnici” di Venezuela e Ucraina che continuano a camminare sul filo del bilancio tra scarse riserve valutarie e scadenze di debito imminenti, entrambi dipendenti dagli aiuti esterni degli enti multilaterali (ma non solo) e quindi inevitabilmente configurano aree di grave instabilità sociale e economica sempre al limite di una guerra civile.

In questi casi uno sguardo ai flussi mostra l’area asiatica emergente e il Latin America favoriti e in positivo rispetto ai deflussi legati ad Africa e Medio Oriente, dove tra fondi sovrani e fondi dedicati “alle nuove frontiere” le fughe più o meno ordinate sono evidenti. Il trend devastante che ha caratterizzato nel 2015 le commodities ha influito direttamente sui Paesi netti esportatori delle stesse, portando a un ampliamento delle distanze dei loro credit default swap dai valori del debito espressi dal mercato .

Come una spada di Damocle il rischio geopolitico diventa uno degli elementi caratterizzanti di questo 2016 dove i target di inflazione al 2% diventano miraggi e le divergenze sui tassi occasioni per alimentare ulteriormente la volatilità nell’imminenza delle riunioni delle banche centrali, che restano protagoniste ma hanno perso la forza di reagire a nuovi picchi di nervosismo in questo clima da “guerre stellari”.

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