Mentre i margini delle raffinerie asiatiche migliorano, l’annuncio dei sauditi di aver aumentato lievemente il prezzo delle consegne di maggio sui contratti con l’Asia ha fatto balzare le quotazioni del petrolio del 3% alla riapertura dopo le festività pasquali.

La pubblicazione del PIRA Outlook, il più importante info provider del settore oil globale, con una proiezione dei prezzi a cinque anni ha poi ulteriormente aiutato ad inquadrare questo rally del petrolio, le cui avvisaglie erano già nell’aria, in un contesto condizionato dalle previsione nefaste sui prezzi a causa di una ripresa dell’esportazioni iraniane sui massimi, una volta eliminate le sanzioni dagli Usa.

L’Outlook conferma la nostra view che i minimi dell’anno siano stati toccati e quindi che il supporto a 40 usd sul Brent resti inviolabile. Le ragioni che supportano questa previsione risiedono nelle attese di una produzione in calo bilanciata da un incremento della domanda delle raffinerie già viste in prospettiva della ripresa con la driving season americana.

Tecnicamente la situazione di contango permarrà ma tra le varie aree di produzione dei Paesi del Golfo e nord americane si sta riducendo. E’ chiaro come l’atteggiamento dei sauditi di fronte al Piano di Intenti Iran-Usa si sia modificato dalle decisioni che, in ambito OPEC, hanno portato al rapido deterioramento dei prezzi in meno di sei mesi e che tra le due potenze dell’area mediorientale sia in atto un braccio di ferro. Un conflitto che si estende ben oltre le questioni petrolifere e si intreccia nel conflitto in Yemen e, se ben su fronti opposti , contro l’ISIS. Inoltre, le tensioni in Libia e in generale in Africa non sono da sottovalutare soprattutto dopo l’annuncio del “padre” di Al Qaeda di ricongiunzione con l’ISIS.

E’ innegabile che, a monte, il conflitto tra sciiti e sunniti sia religioso, ma vi si aggiungono ambizioni di influenza territoriale che passano dal potere dato dalle risorse energetiche nell’area. Più quindi dell’ideologia è il petrolio la chiave delle prossime tensioni geopolitiche che hanno evitato, ed eviteranno, ulteriori crolli anche perché le tempistiche sull’eliminazione delle sanzioni e i relativi effetti su una ripresa appieno della produzione del quarto paese al mondo per riserve petrolifere sono incerti e comunque si parla di 9-12 mesi. Sempre che il Congresso Usa non torni a intervenire a gamba tesa come ha già fatto con la lettera aperta al governo iraniano e la votazione a maggioranza, quindi anche con parte dei democratici, di una proposta di legge tesa a rimettere le decisioni finali sulle sanzioni al Congresso stesso.

Intanto le case energetiche si riprendono dalla correzione seguita al crollo dei prezzi petroliferi e mentre la produzione Usa resta sopra le aspettative riprendono le attività di joint venture e acquisizioni, non ultime quella dell’olandese Shell che comprerà BG Group per 47 mld di sterline inglesi a significare che il mondo dell’energia europea sarà da premiare sulle scelte di investimento rispetto al settore energetico Usa. Infatti i produttori e trasformatori europei di energia beneficeranno anche da un’eventuale pax sui contratti con l’Iran, e similarmente anche cinesi e russi, rispetto al permanere della debolezza sugli altri paesi produttori emergenti.

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