Borse mediorientali in balia della “Guerra del Petrolio”

Ottobre

21

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La ferita lasciata dal picco della volatilità della settimana scorsa lascia indubbiamente uno strascico soprattutto sui volumi dell’obbligazionario e un maggiore spazio di ripresa all’azionario. Il rischio geopolitico è entrato stabilmente a premio nelle scelte di portafoglio e nonostante il Meeting Euroasiatico tenutosi a Milano nuove preoccupazioni si sono soprattutto in Medio Oriente dove si sta combattendo su più fronti e con un effetto diretto soprattutto sulle sorti del prezzo del petrolio e dei mercati finanziari prossimi al campo di battaglia. Ma quali borse potranno approfittare maggiormente dalla situazione è ancora difficile a dirsi.

Una risposta immediata potrebbe essere sicuramente le borse asiatiche e quelle europee in primis e quindi il Nasdaq ancora trainato dalle trimestrali. Ma cosa sta succedendo alle borse protagoniste dell’anno maggiormente legate ad una nuova puntata degli “Oil Games” scatenata dall’irruenza dell’ISIS e dagli effetti di un’azione militare pianificata e ampiamente finanziata, non da ieri. La scorsa settimana la Borsa saudita ha fatto segnare la maggiore perdita degli ultimi 7 anni, con un -12 %e soprattutto un quadro macro deterioratosi a causa delle tensioni nell’area e dal brusco calo del petrolio, solo in parte pilotato dai sauditi stessi. Il mercato cercherà di ripartire dall’IPO della National Commercial Bank  (NCB), la più importante anche dimensionalmente degli ultimi 5 anni,  ma dopo un frettoloso via libera della Sharia Board , lo Sceicco Al Mutlaq ha riportato il concetto di IPO ad una violazione della Sharia e il rischio effettivo che NCB debba disinvestire 38 mld di dollari Usa di asset in 5 anni per essere “compliant” resta. Questa situazione per quanto legata agli investimenti domestici fa comprendere le effettive difficoltà di un processo di liberalizzazione che dovrebbe aprire agli investimenti esteri la Borsa saudita ma incontro troppe resistenze aldilà delle variabili esogene già presenti. Quindi se l’anno si chiuderà per le borse mediorientali con un ridimensionamento delle performance positive che hanno toccato il loro picco a ridosso della pausa estiva, il prossimo anno non saranno nella lista delle più gettonate. Attualmente solo tre delle 12 banche sono da considerarsi Sharia Compliant e questo la dice lunga sulle limitazioni per uno sviluppo effettivo della Finanza Islamica.

Nell’area poi il neo formatosi Governo d’Unità iracheno giunge a compimento ma solo dopo un mese di intense trattative e con la presenza di un Ministro della Difesa, Khaled al-Obeidi sunnita di Mosul, e un Ministro dell’Interno sciita, Mohammed al-Ghabban. Da qui a rinsaldare le file militari e strategiche di un esercito in disfatta e dal comportamento non proprio esemplare nei confronti della minaccia ISIS nell’ultimo anno ne corre ma almeno pare un punto di ripartenza per arginare un rischio di “allargamento” dell’influenza iraniana sul conflitto.

Tutto gira intorno al petrolio e se dall’inizio dell’anno gli effetti del Boom americano sulle produzioni di shale gas e shale oil hanno definitivamente sotterrato le tesi fantasiose sul picco del petrolio un calo del 27% nel prezzo del petrolio rappresenta certamente l’insieme di diversi fattori strategici da parte dei sauditi e bellici da parte dell’ISIS che svende il petrolio che ha “conquistato” a scapito delle riserve irachene e curde tra i 25 ed i 60$.Lo scollamento dei rapporti USA con i Paesi della Penisola araba passa anche da questi nuovi scenari produttivi e la recente formazione di una coalizione contro l’ISIS ha fatto affiorare tutte le contraddizioni tra vecchi e nuovi finanziatori del movimento terroristico islamico che sta cercando di ampliare la propria influenza economica tra Siria e Iraq.

Paesi “cuscinetto” come Turchia mostrano destini ben diversi, da un lato un grande recupero da parte delll’Egitto con la Borsa che ripetera’ anche il prossimo anno la buona performance attuale e la Turchia che si sta avvitando su se stessa e sull’ambiguita’ di un potere demagogico gestito da Erdogan con sempre maggiore difficolta’. Il dollaro americano e’ destinato a sovraperformare le valute emergenti e il calo del petrolio non aiuta piu’ di tanto un Paese ad alto deficit di parte corrente ove la componente food continua ad alimentare l’inflazione , anche a causa della grave  siccita’, e lo stesso prezzo interno del petrolio e’ composto all’80% da tasse.La disaffezione per la lira turca da parte di molti investitori esteri che valutano il rischio politico e geopolitico correttamente ha innescato nuovamente un trend ribassista della valuta, verso i massimi di inizio anno.

D’altro canto le esigenze di petrolio e gas dei mercati emergenti, e non solo, son state sovrastimate essendo ormai consolidata la corsa alle rinnovabili, sulle quali molte Borse giocheranno parte dei recuperi a fianco del settore finanziario.Come detto il 2014 ha segnato  l’inizio di un’inversione di tendenza per il prezzo del petrolio, quindi facciamo i nostri dovuti conti su cosa implica per la crescita globale dal 2015 e per gli equilibri mondiali avere una bolletta energetica in calo grazie al riposizionamento sui mercati del petrolio e del gas di  Usa e Asia, e sperando in un recupero del gap da parte dell’UE, soprattutto sulle rinnovabili , che vedra’ vistosamente ridimensionata la bolletta petrolifera.

About the author, Claudia Segre

As a financial expert, author, speaker, and the president of Global Thinking Foundation, Claudia Segre believes the only way to build a brighter, more prosperous future is to invest in the financial education of all women and girls.

She uses her platform to fight economic violence, accelerate financial inclusion for women, support female entrepreneurs, and promote the role of fintech in closing the gender gap.

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