La grande scommessa dell’Indonesia

Non c’e’ dubbio che la bolla ungherese sui prestiti principalmente in franchi svizzeri, fatta deflagrare dall’intervento governativo, e poi a seguire lo strano caso del Banco Espirito Santo, passato sotto traccia al monitoraggio della Troika internazionale che in questi anni ha vigilato sull’uscita dalla crisi del Portogallo, abbiano congelato il consenso di quegli investitori internazionali che sino a ieri avevano cavalcato il rally dei periferici europei sia sui Govies che sui bond bancari e corporates.

Cosi’ alla ricerca di nuovi lidi che ormai diventano sempre piu’ temporanei per i flussi di portafoglio dei grandi fondi esteri torna in auge l’Asia , ben lontana dal clamore calcistico e dai venti di guerra mediorientali.

In particolare si guarda alle divise locali asiatiche , dal rally azionario del 30% della Borsa Indiana a quella indonesiana con un 14%. E visto che sino ad ora solo il won coreano  e il dollaro di Singapore han performato positivamente molti si attendono un recupero della rupia indonesiana contro usd, dopo che il rally di inizio d’anno e’ stato vanificato dalle paure elettorali.  L’Indonesia in particolare vive con trepidazione l’ attesa dei risultati definitivi delle elezioni che hanno visto fronteggiarsi il candidato del Partito Democratico indonesiano di lotta, Joko “Jokowi” Widodo Governatore di Jakarta,  e  l’ex generale Prabowo Subianto del Partito Gerindra , cognato del dittatore Suharto e fedele sostenitore del modello militare secolarista di Ataturk.  Occorre fare un passo indietro per comprendere meglio le motivazioni che stanno dietro una scommessa che pareva vinta per un Paese, che molto piu’ concretamente e trasparentemente della Turchia , aveva abbandonato una forma di Governo autoritario per avviare un passaggio democratico che dura da 16 anni e che e’ l’unico vero esempio di democrazia per un paese a maggioranza mussulmana.

La transizione dal periodo denominato dallo stesso Suharto Regime del Nuovo Ordine che duro’ dal 1966, all’indomani della distruzioni sia del Partito Comunista che delle forze nazionaliste islamiste, sino al 1998 a quello Riformista in seguito vide un intensa attivita’ di separazione dei militari dalle forze di polizia per riportare ad un controllo del Paese in mano alle forze civili ed il riassorbimento dell’elite militare in parte anche nelle cariche del nuovo quadro civile di Governo.Ci son voluti quindi dieci anni per completare la fase di passaggio che porto’ poi al completamento delle riforme istituzionali fondative, compresa quella inerente le spese militari data la necessita’ di ammodernamento e salvaguardia a copertura dei fronti piu’ diversi di dispute territoriali con Cina, Filippine , e Malesia .

Un Paese che sino al 2008  faceva parte dell’OPEC ma che ha visto una crescita economica sostenuta necessitare della produzione interna appieno , togliendo cosi’ al Paese la qualità di Paese esportatore netto del cartello guidato dall’Arabia Saudita.Una crescita sempre sopra la media del 5.5% che si e’ consolidata con gli anni facendo aumentare il reddito pro capite di 1.5 volte e quintuplicare i flussi di investimento dall’estero , e mantenendo il debito verso l’estero stabile al 30% del PIL. L’indonesia e’ un Paese investment grade BBB- con un livello di CDS a 5 anni pari a 147 bp rispetto a quello italiano sulla stessa scadenza e categoria di rating IG (ma BBB+) a 101 bp. Recentemente ha emesso anche un bond governativo a 7 anni per 1 mld di eur ch rende ora il 2.88% rispetto al BTP 7 anni al 2.05%. Tra l’altro  a fine giugno la quota di debito indonesiano in mano agli investitori esteri era pari al 35.7% , a dimostrazione di un consenso crescente sul Paese.

Il punto nodale dal punto di vista macroeconomico resta legato al settore energetico ed alle decisioni prese dal Governo preoccupato per la crescita del deficit di bilancio che potrebbe rompere il 4% nel dato definitivo del secondo trimestre rispetto al 2.1% del primo trimestre. La messa al bando dell’export di materie prime ha messo in difficolta’ le aziende straniere presenti nel Paese e ha fatto emergere l’urgenza di una riforma sulle sovvenzioni ai consumi di combustibili costosi, che attualmente pesano per oltre 20 mld di $ sul bilancio statale. Su questo punto si e’ giocato molto della sfida elettorale , infatti entrambi i candidati  han promesso di cancellare le sovvenzioni per i prossimi 4 anni accompagnando questa misura con una riforma fiscale  e di sviluppo sociale efficace. Le sovvenzioni son servite a mantenere i prezzi interni e la divisa in equilibrio scaricandosi pero’ completamente sul bilancio statale . Il rialzo dei prezzi che li riporti ai livelli effettivi di mercato dovra’ essere gestito con gradualita’ perche’ attualmente il differenziale e’ pari all’83% dai prezzi calmierati.

Ora che entrambi si contendono con un minimo scarto la vittoria e che la turbolenza elettorale proseguira’ ancora per qualche mese si guarda con attenzione al futuro delle prospettive di investimento in Indonesia, con il Generale Prabowo che si proietta in avanti annunciando un accordo  con altri sette partiti minori per una coalizione permanente, di destra,  con cinque anni di durata , gia’ detta Jakarta Globe, che limiterebbe cosi’ le chanches di buon governo per Jokowi. Lo stesso Jokowi che prendendo l’eredita’ della presidentessa Megawati Sukarnoputri, ha cercato fino all’ultimo di tenere alta la bandiera del Partito del compianto leader indipendentista Sukarno. Passato e presente tornano a scontrarsi per il futuro di un Paese che ha gia’ vinto la scommessa con la svolta democratica ed ora dovra’ vincere quella per una affermazione definitiva sui mercati internazionali.

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