Anno del Cavallo in Cina: volatilità e conflitti all’”ombra” di un PMI deludente

Abbandonato l’anno della prosperità garantita dal Dragone irrompe sugli scenari cinesi l’Anno del Cavallo e non sotto i migliori auspici a quanto pare. Dai dati Pmi sul settore dei servizi che a Gennaio fanno registrare un tasso di espansione ai minimi dal dicembre 2008, anche se ancora sopra la soglia psicologica dei 50 punti, sino al malcontento delle major straniere che vedono all’interno crescere una competizione di livello, (vedi il caso del segmento smartphone!), aumentare i controlli interni di qualità ed anche i salari della mano d’opera più qualificata.

Certamente i grattacapi non vengono solo dal settore produttivo manifatturiero per un mercato che comunque rappresenta sempre l’8% dei consumi mondiali, ma anche dalle difficoltà del Governo ad affrontare il problema diffuso dello “shadow banking”. Il mese scorso una rinomata analista della casa di rating Fitch , Charlene Chu, si è dimessa lasciandosi dietro uno strascico di polemiche proprio per le sue analisi pessimistiche sull’ampiezza del fenomeno e l’allarme lanciato sulla situazione creatasi nell’ICBC , l’Industrial and Commercial Bank of China , che recentemente è stata inserita nella lista delle banche “too big too fail “ a testimonianza del legame stretto tra sistema bancario ufficiale e la sistematicità dello  “shadow banking”.

La presenza di oltre 4 triliardi di usd rassicurano sulle possibilità di intervento del Governo qualora dovesse trovarsi a fronteggiare una crisi bancaria. Secondo S&P le dimensione dell’operatività fuori dal sistema bancario ufficiale e vigilato ammonta a circa 3.7 trl di dollari Usa, pari al 34% dei prestiti totali del sistema bancario cine se e a circa il 40% del PIL cinese. Il credito quindi in questo settore e’ cresciuto di oltre il 30% negli ultimi tre anni, e non si vedono segnali di contenimento nonostante il dibattito in corso. Per il Financial Stability Board (FSB) gli assets che rappresentano “il sistema bancario ombra “ nel 2011 erano 67 trl di dollari Usa , pari al 111% del PIL dei Paesi analizzati. A dimostrazione che il problema non e’ solo cinese a questo punto ma e’ ben presente in tutti i Paesi G8 , Usa in testa.

Indubbiamente non occorre sottovalutare le misure inserite nel recente piano quinquennale votato che tragheterebbe la Cina verso una piena economia di mercato con nuovi primati su consumi e implementazione del reddito pro capite, ma indubbiamente la gestione del mercato monetario e il contenimento dei possibili danni derivanti dall’esacerbazione dell’uso di strumenti di wealth management e trust loans fuori controllo dal sistema bancario ombra restano il tallone d’Achille dello stato dei mercati finanziari cinesi odierni.

La conferma poi di un nuovo rallentamento nella crescita della Cina, la seconda economia mondiale attualmente ,  si inserisce in una crisi dei mercati emergenti alimentata dai deflussi reiterati negli ultimi tre mesi e dalla crisi politica economica che stanno affrontando Argentina, Turchia e Sudafrica in primis , a tutto vantaggio peraltro dei Paesi periferici europei.ma crea anche qualche perplessità sulle performance del continente asiatico legato a doppio filo dai rapporti commerciali e da scambi in yuan rembimbi diffusi in un anno nel quale le elezioni agiscono come ulteriore disturbo , come dimostrato dagli scontri in Tailandia , e ove non mancano le tensioni geopolitiche come quelle tra Cina e Giappone sulle isole Senkaku.

Quanto detto se non cambierà il processo di consolidamento dell’economia cinese inevitabilmente influirà sui flussi dall’estero in un momento nel quale il rilancio della domanda interna ancora stenta a concretizzarsi. Flussi che si riferiscono non solo a investimenti di lungo temine legati ad attività imprenditoriali, sempre più appannaggio delle major “con le spalle più larghe” , ma anche a flussi di portafoglio verso mercati finanziari che ancora non convincono se non per i successi raccolti per le IPO e i Dim Sum Bond in Hong Kong, e per le attese sull’esperimento in corso di liberalizzazione valutaria nella Shangai Free Trade Zone

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