Tech Diplomacy per la pace. Così gli Accordi di Abramo continuano a costruire il futuro

Immagine di Claudia Segre

Claudia Segre

Autrice, speaker, e presidente della Global Thinking Foundation

di Claudia Segre

L’ANGOLO DEI BLOGGER.  La tecnologia, da sola, non fermerà le guerre. Ma può creare, quando aperta a tutti, quella rete di interessi, conoscenze e opportunità che rende la pace non soltanto possibile, ma “utile” a tutte le parti

03 luglio 2026 alle 15:58

https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/07/03/news/tech_diplomacy_per_la_pace_cosi_gli_accordi_di_abramo_continuano_a_costruire_il_future-22278469/?ref=HHLF-BH-I22267246-P1-S1-T1

Tante le immagini di un decennale del VivaTech a metà giugno a Parigi che, mai come quest’anno, ha attratto un numero straordinario di visitatori, oltre 140 mila, e offerto un’immagine vivida di un futuro tecnologico caleidoscopico e comunque umano-centrico.

E mentre il Medio Oriente continuava a essere raccontato quasi esclusivamente attraverso le immagini della guerra, all’interno del principale appuntamento europeo dedicato all’innovazione prendeva forma qualcosa di diverso: un luogo in cui imprenditori, ricercatori, investitori e startup provenienti dagli Stati Uniti, dal Bahrein, dalla Francia, da Israele, dagli Emirati Arabi Uniti, dal Libano, dalla Siria e dal Marocco parlavano la stessa lingua. Non quella della diplomazia tradizionale, ma quella dell’innovazione attraverso gli Accordi di Abramo.

E infatti l’immagine che più di altre mi ha fatto riflettere è stata quella dell’inaugurazione del padiglione “Abraham in Tech”, che non è stata semplicemente una delle tante iniziative ospitate dalla manifestazione. È apparsa piuttosto come il segnale che gli Accordi di Abramo, sei anni dopo la loro firma, stanno entrando in una seconda fase: meno politica, forse, ma più concreta. Una fase in cui la cooperazione passa attraverso il dialogo, la ricerca, la tecnologia, gli investimenti e lo sviluppo economico.

A rendere ancora più significativo questo momento è stata la presenza di Chemi Peres, figlio di Shimon Peres e oggi presidente del Peres Center for Peace and Innovation. Dieci anni dopo la scomparsa del padre, la sua partecipazione sembrava quasi un passaggio di testimone. Perché l’intuizione di Shimon Peres resta straordinariamente attuale: la pace non si costruisce soltanto con gli accordi politici, ma creando opportunità condivise di crescita, lavoro, ricerca e innovazione.

In un momento storico in cui il conflitto tende a monopolizzare il racconto della regione, il padiglione “Abraham in Tech” ha proposto una narrazione diversa. Intelligenza artificiale, salute digitale, water tech, agritech, climate tech, cybersecurity, infrastrutture digitali e finanza per l’innovazione sono diventati il linguaggio comune attraverso cui Paesi che fino a pochi anni fa non intrattenevano relazioni ufficiali cercano di costruire nuove forme di cooperazione.

Dietro questa visione ci sono anche numeri che meritano attenzione. A Parigi erano presenti ventiquattro startup della piattaforma – quindici israeliane, sei emiratine e tre marocchine – ma il dato più interessante riguarda gli investimenti. In appena un anno, il volume degli scambi dai 600 ml di usd iniziali ha superato a oggi i 4 mld di dollari usa, oltre I limite dei 3 miliardi che ci si era prefissati per I primi 5 anni, e crescono anche I capitali privati destinati ai progetti, che coinvolgono i Paesi degli Accordi di Abramo, sono passati da 35 a 186 milioni di dollari, tra il 2024 ed il 2025. Una crescita superiore a cinque volte in un anno , difficile da ignorare in un contesto internazionale così instabile.

L’aspetto forse più interessante riguarda proprio la resilienza economica degli Accordi. Molte analisi concordano nel ritenere che uno degli obiettivi strategici dell’attacco efferato ai civili del 7 ottobre fosse interrompere il processo di normalizzazione tra Israele e il mondo arabo, in particolare l’avvicinamento all’Arabia Saudita. Sul piano politico il processo ha inevitabilmente rallentato, per poi riprendere con più forza. Sul piano economico, la rete costruita negli anni precedenti ha dimostrato una capacità di resistenza superiore alle aspettative. I rapporti commerciali non sis ono mai interrotti; gli investimenti hanno proseguito il loro percorso, spesso in forme più discrete ma non meno efficaci.

È qui che emerge un concetto destinato a diventare sempre più centrale nelle relazioni internazionali: la Tech Diplomacy. Per decenni abbiamo parlato di diplomazia commerciale, energetica e finanziaria. Oggi si afferma una quarta dimensione: quella tecnologica. Chi sviluppa intelligenza artificiale, cybersecurity, tecnologie per l’acqua, salute digitale o transizione energetica costruisce inevitabilmente relazioni di lungo periodo. E quando le filiere industriali, gli investimenti e la ricerca diventano condivisi, anche il dialogo politico trova basi più solide.

Gli Accordi di Abramo sembrano aver colto questa trasformazione prima di molti altri. Israele mette a disposizione uno dei più avanzati ecosistemi mondiali di ricerca e sviluppo, cybersecurity e intelligenza artificiale. Gli Emirati Arabi Uniti offrono capitale, infrastrutture, capacità di attrarre investimenti globali e una strategia di lungo periodo per l’innovazione. Il Marocco rappresenta un ponte naturale verso il continente africano e il Mediterraneo. Insieme delineano una geografia economica in cui complementarità e interdipendenza prevalgono sulla competizione.

Non si tratta di un esercizio teorico. Le grandi sfide del nostro tempo, (sicurezza alimentare, gestione dell’acqua, salute, adattamento climatico, transizione energetica) non conoscono confini politici. Collaborare su questi temi produce benefici economici immediati, ma soprattutto genera fiducia reciproca: il capitale più prezioso per qualsiasi processo di pace.

Shimon Peres ripeteva spesso che «l’ottimismo è un dovere morale». Non era un invito all’ingenuità, ma alla responsabilità. Aveva compreso che la politica, da sola, non basta se non è accompagnata dalla costruzione di interessi condivisi. Imprese, università, centri di ricerca, investitori e innovatori possono contribuire a creare quel tessuto di relazioni che rende la pace conveniente, ancor prima che auspicabile.

Tornando da Parigi mi sono chiesta se, in un tempo in cui la cronaca sembra lasciare spazio soltanto ai conflitti, non dovremmo raccontare con maggiore attenzione anche ciò che continua a unire. Perché la pace non nasce all’improvviso con la firma di un trattato. Si costruisce lentamente, attraverso relazioni economiche, fiducia reciproca, ricerca condivisa, investimenti e lavoro comune.

Forse è proprio questa la lezione più attuale di Shimon Peres. La tecnologia, da sola, non fermerà le guerre. Ma può creare, quando aperta a tutti, quella rete di interessi, conoscenze e opportunità che rende la pace non soltanto possibile, ma “utile” a tutte le parti. Quando giovani imprenditori, ricercatori e innovatori di Paesi diversi iniziano a progettare insieme il futuro, diventa molto più difficile tornare a considerarsi soltanto avversari. È questa, in fondo, la vera forza della Tech Diplomacy: trasformare la cooperazione tecnologica in un’infrastruttura di pace, capace di resistere anche quando la politica attraversa le sue stagioni più difficili.

altre news

«Immobilismo, ma quanto ci costi!»

PRESENTAZIONE LIBRO DENARO AL FEMMINILE UNA SFIDA POSSIBILE

Rimani in

contatto
con me

chi ha parlato di claudia