L’intelligenza artificiale tra libertà e controllo: una sfida etica verso un nuovo potere cognitivo globale

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Claudia Segre

Autrice, speaker, e presidente della Global Thinking Foundation

di Claudia Segre

https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/06/03/news/lintelligenza_artificiale_tra_liberta_e_controllo_una_sfida_etica_verso_un_nuovo_potere_cognitivo_globale-22053777

L’ANGOLO DEI BLOGGER. L’IA può ampliare l’accesso alla conoscenza, migliorare la salute, favorire l’inclusione. Ma può anche alimentare disuguaglianza, manipolazione e sorveglianza. La sfida del nostro tempo consiste nel decidere quale modello di società vogliamo costruire attraverso l’innovazione

03 giugno 2026 alle 15:59

Per anni abbiamo discusso dell’intelligenza artificiale come di una straordinaria innovazione tecnologica. L’IA oggi è una nuova infrastruttura cognitiva globale che, attraverso l’uso dei social, delle APP e nello sviluppo algoritmico, è capace di influenzare l’informazione e la sicurezza, ponendo interrogativi e preoccupazioni all’esercizio delle libertà fondamentali.

Le ultime settimane hanno mostrato con particolare chiarezza come l’IA stia uscendo dalla dimensione esclusivamente economica delle IPO e delle news sui mercati per entrare prepotentemente in una sfera geopolitica e strategica. Il processo che contrappone Elon Musk e Sam Altman offre spunti di riflessione interessanti e fa emergere le contraddizioni di un settore che spesso si è trincerato dietro la retorica dell’IA “al servizio dell’umanità”; emergono invece temi ben più concreti: concentrazione del potere, controllo delle infrastrutture, accesso ai dati, capacità computazionale e influenza politica. La vera questione etica non riguarda più soltanto ciò che l’intelligenza artificiale è in grado di fare, ma anche chi ne controlla lo sviluppo, la diffusione e l’uso.

Da questo punto di vista, un esempio recente è il rapporto tra Cina e Iran che rappresenta un caso di studio particolarmente significativo. Numerosi rapporti internazionali hanno evidenziato che le tecnologie di sorveglianza avanzata, il riconoscimento facciale, l’analisi predittiva e i sistemi di monitoraggio delle comunicazioni sono sempre più utilizzati nei contesti autoritari per rafforzare il controllo sociale. L’Iran, soprattutto dopo le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, ha progressivamente intensificato il monitoraggio digitale dei cittadini. Diverse organizzazioni per i diritti umani e media hanno potuto documentare i frequenti episodi di limitazione dell’accesso a Internet che hanno portato a mesi di blackout e all’utilizzo di tecnologie digitali per identificare manifestanti e chiunque esprimesse dissenso o cercasse una connessione digitale alternativa. In questo scenario, il sostegno cinese, che rientra nell’ambito delle relazioni che vedono forniture energetiche e digitali rappresentare un fronte unico delle relazioni tra i due Paesi, assume una rilevanza che va ben oltre la semplice “collaborazione economica”. Non si tratta soltanto di scambi commerciali o energetici ma il prosieguo di una sperimentazione e l’esportazione di modelli di governance digitale basati sulla sorveglianza pervasiva della cittadinanza.

Per questo motivo il dibattito sull’etica dell’AI non può essere confinato ai bias algoritmici o alla trasparenza dei modelli linguistici. Deve includere la tutela dei diritti umani, della libertà di espressione e della partecipazione democratica. La tecnologia non è mai neutrale. Ogni algoritmo incorpora obiettivi, priorità e visioni del mondo. Quando sistemi di intelligenza artificiale vengono impiegati per identificare e monitorare comportamenti individuali o limitare l’accesso all’informazione, l’innovazione smette di essere uno strumento di emancipazione e rischia di trasformarsi in uno strumento di controllo.

L’Europa si trova oggi di fronte a una responsabilità storica. L’AI Act rappresenta un primo tentativo di costruire una governance fondata sulla centralità della persona, ma non sarà sufficiente se non sarà accompagnato da una più ampia riflessione sul rapporto tra tecnologia, libertà e democrazia. Anche la decisione di Papa Leone XIV di istituire una commissione dedicata all’intelligenza artificiale va letta in questa prospettiva. Non è soltanto una questione tecnologica. È una questione che riguarda la dignità umana, la libertà di scelta e il significato stesso dell’autonomia individuale nell’era digitale. Come ci insegna il concetto di “pharmakon” richiamato da Platone, ogni tecnologia è al tempo stesso cura e veleno. L’intelligenza artificiale può ampliare l’accesso alla conoscenza, migliorare la salute, accelerare la ricerca scientifica e favorire l’inclusione. Ma può anche alimentare nuove forme di disuguaglianza, di manipolazione e di sorveglianza. La sfida etica del nostro tempo non consiste, quindi, nello scegliere tra innovazione e regolazione. Consiste nel decidere quale modello di società vogliamo costruire attraverso l’innovazione.

Perché la vera domanda non è se l’intelligenza artificiale sarà sempre più potente. La vera domanda è chi controllerà questa potenza e secondo quali principi. Se il XXI secolo sarà il secolo dell’infrastruttura cognitiva globale, allora la tutela delle libertà fondamentali dovrà diventare parte integrante dell’architettura tecnologica. Non come un correttivo successivo, ma come una scelta originaria. E certamente sarà su questo terreno che si giocherà il futuro dell’etica dell’intelligenza artificiale. Per completare il quadro c’è un ulteriore aspetto che, troppo spesso, rimane ai margini del dibattito sull’intelligenza artificiale: il rapporto tra IA e violenza digitale. La trasformazione digitale ha infatti aperto nuove forme di controllo coercitivo che si affiancano a quelle tradizionali. Oggi una persona  può monitorare i dispositivi, accedere ai conti online, controllare le spese tramite applicazioni finanziarie, localizzare gli spostamenti tramite smartphone, intercettare le comunicazioni o utilizzare strumenti di sorveglianza digitale per limitare progressivamente l’autonomia della vittima, e lo riscontriamo continuamente in tutti i casi di femminicidio, ma non solo.

L’intelligenza artificiale non regolata amplifica inevitabilmente queste dinamiche. Gli algoritmi sempre più sofisticati consentono infatti di automatizzare attività di monitoraggio, profilazione e manipolazione che fino a pochi anni fa richiedevano competenze specifiche di pochi. La combinazione tra la raccolta dei dati, la capacità predittiva e l’automazione può trasformare la tecnologia in uno strumento di coercizione invisibile. Non è un caso che il Consiglio d’Europa, la Convenzione di Istanbul e le più recenti iniziative europee, come la Direttiva 1385/2024 contro la cyberviolenza, stiano progressivamente ampliando la propria attenzione alle dimensioni digitali della violenza di genere.

Per questo motivo l’etica dell’intelligenza artificiale non può limitarsi ai temi della trasparenza algoritmica o della responsabilità dei sistemi automatizzati.  La sfida che abbiamo davanti non riguarda soltanto la regolamentazione dell’intelligenza artificiale. Riguarda la capacità delle nostre società di garantire che la rivoluzione tecnologica rafforzi i diritti anziché indebolirli, ampli la libertà anziché restringerla, promuova l’autonomia anziché creare nuove dipendenze. In questo senso, la lotta contro la cyberviolenza non è un tema settoriale né esclusivamente legato alle politiche di genere. È uno dei principali banchi di prova della qualità democratica dell’ecosistema digitale che stiamo costruendo. Perché una società in cui la tecnologia può essere utilizzata per controllare le persone nelle loro relazioni, nelle loro scelte economiche e nella loro libertà di espressione rischia di smarrire il significato più profondo dell’innovazione: mettere il progresso al servizio della persona, e non la persona al servizio del progresso.

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