di Claudia Segre
L’ANGOLO DEI BLOGGER. La domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, ma chi sta cogliendo l’opportunità di questa trasformazione e chi resterà ai margini. L’Europa pare sia sempre più decisa a fare la sua parte
17 Febbraio 2026 https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/02/17/news/impatto_ai_sui_mercati_ma_leva_di_riscatto_per_il_mondo_del_lavoro_dellue-21220931/
Dal World Economic Forum di Davos al Consumer Electronics Show di Los Angeles, fino al Cannes AI Festival, oggi tra i principali appuntamenti dedicati all’intelligenza artificiale, il messaggio che emerge è inequivocabile: l’AI non è più una promessa, ma una realtà strutturale concreta. L’intelligenza artificiale è già di fatto un’infrastruttura pienamente integrata nei processi produttivi globali. E, come ogni infrastruttura, non si limita a migliorare l’esistente: ridisegna gli equilibri di potere, ridefinisce le competenze richieste e apre a nuove opportunità economiche e sociali.
Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha parlato di uno “tsunami” sul Lavoro e citando le stime dell’FMI che sono nette: ha dichiarato che fino al 60% dei posti di lavoro nelle economie avanzate e circa il 40% a livello globale saranno trasformati dall’AI nei prossimi anni. Non si tratta solo di sostituzione, ma di un’ibridazione profonda delle mansioni, tra l’uso di competenze tecniche e trasversali. Le professioni cognitive – finanza, consulenza, marketing e IT – non sono più “al sicuro”: saranno ovviamente ridefinite. E se non bastasse il trauma lasciato dal COVID nelle nuove generazioni, ecco un’altra dura prova che alimenta incertezza e burnout. E i segnali sono già visibili. Studi recenti della Stanford mostrano che, nei settori più esposti all’AI generativa – sviluppo software, customer service – i lavoratori tra i 22 e i 25 anni hanno visto ridursi la probabilità di occupazione fino al 13%.

L’ultima operazione di Anthropic, con valutazioni miliardarie e partnership strategiche nel settore cloud e nei foundation models, racconta un’altra verità: l’AI sta concentrando valore nel cuore dell’ecosistema software. Le aziende stanno ridisegnando le proprie “job description”, integrando l’esigenza di competenze in AI in tutte le funzioni. Non è più solo una questione di sviluppatori, ma di “AI literacy” vera e propria, diffusa: che si traduce in capacità di supervisionare, interpretare e governare sistemi intelligenti, da parte di risorse umane adeguatamente “addestrate”.

Il mercato del lavoro non sta affrontando una semplice fase di automazione tipica della fase 3.0 della rivoluzione industriale, ma una trasformazione strutturale che tocca l’ambito delle competenze in modo implacabile. Il lavoratore del futuro non sarà sostituito dall’AI: sarà valutato sulla sua capacità di usarla. Qui si inserisce la fotografia dell’ILO, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro, nel suo recente rapporto “Employment and social trends”: l’AI colpisce in modo asimmetrico: giovani, lavoratori poco qualificati, donne nei ruoli amministrativi e di supporto sono più esposti alla sostituzione di compiti routinari. Nel frattempo, secondo il Gender Equality Index 2025 dell’EIGE, pare che l’UE abbia raggiunto nel dominio del lavoro il punteggio di 69,3 su 100, con una persistente segregazione al femminile: solo il 20% degli specialisti ICT è donna, mentre il 35% dei manager è donna. Nelle lauree STEM, le donne rappresentano circa un terzo dei laureati. Se l’AI diventa il motore della crescita, ma le donne restano sottorappresentate nelle STEM e nei ruoli tecnologici, il rischio è chiaro: una nuova frattura digitale di genere, nella quale tutti hanno da perdere.
Definire quindi l’AI come un solo tsunami è fuorviante, se non si parla prima di tutto di governance. Di sicuro non è la tecnologia a creare disuguaglianza: è l’assenza di politiche del lavoro adeguate. Per cavalcare questi cambiamenti servono una formazione continua, mirata e accessibile fin dalla scuola primaria, politiche attive del lavoro che accompagnino la transizione e la consapevolezza di un cambiamento epocale.

Ma serve anche una terza leva, troppo spesso considerata marginale: il gender mainstreaming nell’AI. Non basta “includere” le donne, ma occorre progettare sistemi di intelligenza artificiale che non riplichino certi “bias”, sostenere l’accesso delle ragazze alle materie STEM, incentivare la leadership femminile nelle tech company, promuovere modelli di role model visibili e autentici.
L’AI è la nuova infrastruttura del lavoro e la parità di genere ne è una condizione cruciale per la competitività. Non è un tema etico a parte: è un fattore primario di resilienza economica.
In questi giorni si chiude la fiera A&T 2026 Torino e emerge ancora forte l’AI come leva operativa per la competitività industriale, anche per le PMI. In un mercato globale segnato da tensioni e concorrenza internazionale, digitalizzazione e sistemi intelligenti diventano condizioni di sopravvivenza. I robot collaborativi, i cobot, rappresentano già il 12% delle vendite mondiali e sono in crescita. Le nuove tecnologie potrebbero creare 1,8 milioni di posti di lavoro, mentre in Italia 9 milioni di addetti dovranno riqualificarsi.
Da Davos a Los Angeles, da Cannes a Torino: il futuro del lavoro è già qui. Ed è urgente la necessità di orientare gli investimenti verso l’AI in Europa, anche attraverso un debito comune. Un punto sul quale si è discusso molto nei recenti incontri del Vertice UE in Belgio: la Francia, in prima linea, che ha stanziato il più importante pacchetto di investimenti nell’UE dopo la Gran Bretagna, ha stanziato ben 109 miliardi di euro, e non a caso la più importante start-up AI per capitalizzazione targata UE è francese, Mistral AI.

La domanda non è quindi se l’AI cambierà il lavoro. La domanda è: chi sta cogliendo l’opportunità di questa trasformazione e chi resterà ai margini? L’Europa pare sia sempre più decisa a fare la sua parte finalmente, grazie anche allo sprone delle parole di Draghi, e si spera avrà il coraggio, e la lungimiranza, di ambire a ridurre il differenziale con gli Stati Uniti con lo spirito necessario per ripartire, lasciando alle spalle i troppi tentennamenti, troppo umani ed al limite dell’autolesionismo!





