di Claudia Segre
Negli ultimi cinque anni il QR code è passato, almeno in Asia, da soluzione “di emergenza” a vera infrastruttura quotidiana, e l’esempio della Cina con WeChat e Alipay. Non più solo uno strumento di pagamento alternativo, quindi, ma un’interfaccia semplice e universale tra persone, servizi, Stato e sistema finanziario
Proseguiamo nella nostra carrellata di esempi concreti di evoluzione del concetto di cittadinanza digitale, ma spostandoci in Asia, nella città-Stato sede anche del più famoso e rinomato Festival del Fintech mondiale: Singapore. Negli ultimi cinque anni il QR code è passato, almeno in Asia, da soluzione “di emergenza” a vera infrastruttura quotidiana, e l’esempio della Cina con WeChat e Alipay. Non più solo uno strumento di pagamento alternativo, quindi, ma un’interfaccia semplice e universale tra persone, servizi, Stato e sistema finanziario. Singapore, nonostante le dimensioni, è un “laboratorio del futuro” straordinario e probabilmente il caso più emblematico di questa evoluzione: un laboratorio a cielo aperto dove il QR non è un gadget tecnologico, ma un pezzo ordinario della vita urbana. Qui il salto di qualità non è stato solo tecnologico, ma sistemico. Con SGQR, Singapore ha risolto uno dei problemi più concreti della prima fase dei pagamenti digitali: la frammentazione. Un solo QR visibile alla cassa, dietro cui convivono più schemi di pagamento bancari e wallet. Il risultato? Meno resistenze e complessità per i consumatori, costi più bassi per i micro-esercenti, e soprattutto un’esperienza coerente e riconoscibile. Una lezione di impegno istituzionale lungimirante prima ancora che di Fintech, e quindi di settore fine a se stesso.
Il QR è diventato una porta di accesso a un ecosistema molto più ampio, non solo ai pagamenti. Con PayNow – il sistema account-to-account istantaneo – il QR si collega direttamente ai conti bancari, evitando molte criticità e commissioni tipiche dei circuiti tradizionali. Ed è proprio questa semplicità che ha favorito l’adozione su larga scala: dagli “hawker centre”,tipici centri del food asiatici, ai piccoli negozi, mercati, fino ai servizi pubblici. Dove prima il POS era un costo o una barriera, e resta tale perlopiù in Italia e, più in generale, in Europa, oggi basta un cartoncino con un codice stampato, ed il gioco è fatto. Ma il punto davvero interessante è che a Singapore il QR esce dal perimetro del “pagamento” ed entra in quello della cittadinanza digitale. Infatti, ampio spazio viene dato ai voucher pubblici, agli incentivi ambientali e ai sussidi: il cittadino riceve un credito e lo spende mostrando il QR alla cassa. Il codice diventa un’“interfaccia civica”, quindi uno strumento di policy ed un modo concreto per rendere immediata e tracciabile l’erogazione del welfare.
L’aspetto evolutivo in termini di politiche sociali è che questo modello si inserisce in un contesto di fiducia regolata. L’introduzione del Shared Responsibility Framework da parte della Monetary Authority of Singapore segna un passaggio chiave: la crescita dei pagamenti digitali richiede una redistribuzione delle responsabilità tra banche, operatori di telecomunicazioni e utenti per fronteggiare frodi e phishing. È un tema centrale, perché il QR è per sua natura un oggetto fisico esposto, e quindi un potenziale punto di attacco. Anche qui, la risposta non è “meno digitale”, ma più governance, quindi rientra in un discorso di responsabilità sociale condivisa. Nondimeno con aspetti etici e di evoluzione del modello aziendale che è nello spirito delle direttive comunitarie come CSRD e CSDDD, e che deve essere del pubblico come del privato.
In questo scenario si inserisce l’esperienza di DBS Bank, che negli ultimi anni ha spinto sull’integrazione tra QR, intelligenza artificiale e servizi bancari quotidiani. La visione raccontata dalla CEO Tan Su Shan è chiara: non basta essere una banca digitale, serve essere una banca AI-enabled, ma con una forte attenzione all’impatto umano e sociale. L’AI, in questo modello, non è solo “backend” o automazione invisibile, ma supporto concreto alle decisioni, alla relazione con il cliente, alla personalizzazione dei servizi. Ed è qui che il discorso si allarga, anche alla luce di quanto visto al CES di Las Vegas. Sempre più spesso si parla di Physical AI: un’intelligenza artificiale che non vive solo negli schermi o nei modelli astratti, ma che interagisce con il mondo fisico. Sensori, computer vision, oggetti intelligenti, interfacce minime. Il QR code, in questo senso, è quasi un antesignano: un ponte tra fisico e digitale, leggibile da chiunque, interpretabile da una macchina, capace di attivare servizi complessi con un gesto semplicissimo. La nuova fase non è più “scansiona e paga”, ma “scansiona e attiva”: identità, fiducia, contesto, dati, servizi personalizzati. In Asia questo passaggio è già in corso, anche grazie a collegamenti cross-border tra sistemi di pagamento (Singapore-India, Singapore-Thailandia, Singapore-Malesia), che trasformano il QR in uno strumento regionale, non più solo nazionale.
Guardando da qui all’Europa, la distanza non è tanto tecnologica quanto culturale e istituzionale. L’Asia ci mostra che l’innovazione funziona quando è invisibile, interoperabile e inclusiva. Quando non chiede all’utente di capire la tecnologia, si adatta ai suoi gesti quotidiani. E quando l’AI non è solo “potenza di calcolo”, ma anche capacità di leggere il contesto fisico e sociale in cui opera. Forse è proprio questo il messaggio più interessante: il futuro non sarà fatto di interfacce sempre più complesse, ma di interazioni sempre più semplici, dietro cui operano sistemi intelligenti, regolati e responsabili. Il QR code, nato come soluzione banale, si sta rivelando uno degli strumenti più potenti di questa transizione.





