Disordine Globale 1 : Hong Kong non sarà una nuova Piazza Tienanmen “mediatica”

 Disordine Globale 1 : Hong Kong non sarà una nuova Piazza Tienanmen “mediatica”

A due anni dall’inchiesta Cambridge Analytica, lanciata dal Guardian sul ruolo di strategie digitali a sostegno della campagna referendaria per la Brexit, si apre una voragine sull’utilizzo e l’influenza dell’analisi della profilazione social degli utenti ad uso e consumo delle campagne elettorali, sin dai tempi di quella di Obama del 2008 e di molti Paesi emergenti, prima dei più recenti casi negli USA ed in UK. Una sorta di versione 2.0 in realtà aumentata di azioni volte alla persuasione al voto e all’ orientamento opportunistico indotto del consenso degli elettori che può portare, come dimostra il caso inglese, a gravi effetti sulla stabilità degli equilibri mondiali. Un punto di non ritorno per una nuova fase dell’analisi geopolitica, che non potrà più esentarsi dal considerare questa variabile nella verifica delle correlazioni economiche e finanziarie che legano i Paesi globalmente.

Nuovi scontri e proteste ad Hong Kong, dove la governatrice Lam non riesce a gestire il potere e un compromesso non è ancora dietro l’angolo – Così la “città-stato” resta una spina nel fianco per la Cina.

Folla oceanica in strada ad Hong Kong e proteste che si protraggono ormai da quasi tre mesi, a 30 anni dalla rivolta di Piazza Tiennamen che portò ad un intervento militare con più di 300 morti. Una macchia indelebile che resta indissolubilmente legata alla carriera politica di Deng Xiao Ping, che a quei tempi era a capo della Commissione Militare, e rimane il fautore indiscusso della Politica della Porta Aperta rilanciata nel 1978 e che fece la fortuna di un nuovo modello di socialismo liberale “alla cinese”. Una vera e propria rivoluzione per il sistema economico cinese basato (ironicamente, alla luce dei recenti eventi), su una liberalizzazione del commercio con l’estero e su un insieme di misure tese a rafforzare la crescita economica e il reddito pro-capite con un progetto di lungo termine teso a fare della Cina una potenza economica nei successivi 20 anni: un obiettivo sancito poi dall’entrata nel 2000 nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

A cinque anni dalla Rivoluzione degli Ombrelli del 2014, durata 79 giorni, che domandava il suffragio universale, ecco che a 22 anni dal trasferimento di sovranità dal Regno Unito alla Cina, si sono rafforzate le proteste nella Regione Amministrativa Speciale guidata dalla governatrice Carrie Lam, legate questa volta alla legge anti-estradizione che da marzo e a più ondate ha portato i cittadini di Hong Kong a protestare. In un crescendo che dallo scorso giugno ha favorito il decadimento della proposta di legge lo scorso 9 luglio.

Ma la rabbia non cessa e la Governatrice Lam non riesce più a gestire il potere, non prendendo minimamente in considerazione le dimissioni e lanciando appelli a vuoto nel momento più buio per la “provincia speciale cinese”. In questi giorni è andata in scena la misura estrema dell’occupazione dell’aeroporto di Hong Kong con conseguente cancellazione totale dei voli, irruzione della polizia e presa d’assalto delle banche delle compagnie aeree come delle compagnie di assicurazioni per i turisti e passeggeri in transito nell’aeroporto internazionale, polo cruciale a cinque stelle, tra i più costosi al mondo, dell’aviazione turistica mondiale per i viaggiatori verso l’Asia orientale e fonte economica cruciale per Hong Kong. Una Governatrice che non ha esitato un attimo a portare un emendamento alla Legge vigente sui criminali fuggitivi, Fugitive Offenders and Mutual Legal Assistance in Criminal Matters Legislation, per far sentire ancora più strettamente il legame legale tra Cina e regioni utilizzando un caso di cronaca per un omicidio avvenuto a Taipei, dove il principale sospettato pare essersi rifugiato, secondo indagini piuttosto frettolose, proprio ad Hong Kong.

Perché la protesta continua? È evidente che i temi suffragisti di cinque anni fa ora dominano la piazza e si lotta senza sosta per un sogno irrealizzabile di autonomia che ponga un argine alla demonizzazione di un centro finanziario di primaria importanza che viene additato dall’establishment cinese come lassista e corrotto quindi accusato di favoreggiamento al riciclo di denaro e all’accoglienza di corrotti, e delinquenti in fuga dalla madrepatria, che invece per i comuni cittadini son perlopiù dissidenti politici. Sono in molti ora a temere una repressione con una nuova imposizione di sorveglianza “digitale” similare a quella utilizzata, nella regione occidentale dello Xinjiang, per una popolazione di portata simile ad Hong Kong, comunque non di rapida attuazione.

La verità delle reciproche accuse legali sta nel mezzo perché se da un lato i criminali dovrebbero essere oggetto di estradizione, è anche vero che Hong Kong da sempre ha giocato sulla permeabilità delle frontiere per favorire sistemi di contabilizzazione da economia sommersa o da evasione fiscale fiscale nonostante i continui interventi cinesi per smantellare sistemi di fatturazioni fantasiosi. Rimane probabile quindi un intervento ad imporre un compromesso legislativo che insieme ad una repressione delle proteste riporti la calma anche sui mercati finanziari.

Indubbiamente l’amministrazione Lam ha cercato di dare un colpo definitivo agli ultimi baluardi di indipendenza del sistema giudiziario da quello della Cina continentale, che con quello bancario/finanziario della Banca Centrale rappresentano il pilastro del credito internazionale consolidato di Hong Kong. Ma la pazienza di Xi Jinping, il presidente cinese che due anni fa aveva garantito il suo appoggio alla politica di tolleranza di “un Paese, due sistemi”, è giunta agli sgoccioli, perché con il peggioramento della guerra dei dazi, e parecchie attività di imprese locali che si spostano in Vietnam per aggirare le difficoltà create dall’aggravamento dei dazi per i prodotti cinesi, il peg del dollaro di Hong Kong che lega al dollaro Usa è un ulteriore incentivo alla resistenza ad oltranza per un sistema monetario indipendente da quello di uno yuan rembimbi “orientato” ad una svalutazione speculativa ed ai minimi degli ultimi nove anni. Ma sono ben 450 i miliardi di dollari di riserve internazionali che salvaguardano un sistema finanziario che ha come cassaforte l’Hong Kong Monetary Authority Investment Portfolio, un fondo sovrano gestito direttamente dalla Banca centrale della città stato. Costituito nel 1935, permette così un mantenimento della stabilità e l’integrità del sistema monetario ed attualmente è al quinto posto nella classifica dei fondi sovrani ed investe in bond e azioni dei paesi Ocse, fuori dal controllo della Banca Centrale in Cina… Infatti nella classifica dei 10 fondi sovrani mondiali, all’ottavo posto, c’è anche il veicolo di investimento Safe: creato nel 1997, è il ramo di Hong Kong dello State Administration of Foreign Exchange cinese, con un ammontare di asset di 400 miliardi, gestiti ovviamente dalla PBOC. A questo si unisce un altro fondo sovrano cinese: il China Investment Corporation (Cic), creato nel 2007, al secondo posto nella classifica mondiale dopo quello norvegese, con un patrimonio in gestione di oltre 940 miliardi di dollari, con investimenti anche molto rischiosi e volatili come la partecipazione azionaria in Deutsche Bank o le azioni nell’aeroporto londinese di Heathrow.

Le borse asiatiche di conseguenza correggono sulle proteste nell’ex protettorato britannico perché è evidente che la madre patria non lascerà correre. Se c’è una cosa che non viene tollerata in Cina sono le commistioni politiche: è il Partito unico di Governo che ha la prerogativa per la politica nel Paese. E Hong Kong ora è come una spina nel fianco, con i contorni e l’ombra del dollaro Usa sullo sfondo, di una guerra commerciale pienamente assurta al livello “DEFCON 2” di guerra valutaria.