I curdi battono l’ISIS ma Erdogan non festeggia

Rojda Felat, l’eroina della conquista di Raqqa e comandante in capo delle 30 mila donne dell’esercito curdo, annuncia la vittoria finale e spiazza Erdogan che vorrebbe annettere alla Turchia la zona Nord Est della Siria in funzione anti-curda ma che in realtà rischia nelle elezioni dei sindaci del 31 marzo e non ha più il sostegno dei mercati finanziari.

Mentre sulle alture di Baghouz si chiude la tragica scia di terrore e morte lasciata dall’ISIS dopo 5 anni di conflitto durissimo, le truppe curde annunciano la vittoria finale sul campo e le cellule terroristiche sparse per il mondo restano senza guida. L’esercito curdo può contare su oltre 30 mila donne che compongono la Women’s Protection Unit Fight. A comandarla è Rojda Felat, l’eroina dell’assalto di Raqqa.

La bandiera delle Forze Democratiche Siriane sventola ricordandoci che tra i caduti degli ultimi giorni di battaglia c’è anche un italiano, Lorenzo Orsetti, che ha perso la vita in un’imboscata dell’Isis. L’intervento dei caccia americani è stato determinante, ma gli animi restano tesi perché le guerre di territorio lasciano dietro di sé milioni profughi e quasi mezzo milioni di morti.

In questo conflitto i turchi si sono insinuati fino dall’anno scorso, per poi a gennaio lanciare un’offensiva di opportunismo contro l’enclave curda. Per due mesi le incursioni hanno bloccato intere aree impedendo l’arrivo degli aiuti umanitari a una popolazione già stremata da un conflitto che in questi 8 anni ha visto scontrarsi in territorio siriano il maggior numero di potenze straniere dal dopoguerra.

L’obiettivo di Erdogan è evidente e risiede nell’ambizione espressa a chiare lettere ai russi duranti i vertici a tre con l’Iran, prima ad Astana e poi a Sochi. Il leader turco vuole controllare il Nord della Siria per impedire la creazione di uno stato curdo, ma le sue mire spaziano poi dal commercio del gas ad altri interessi economici in diversi settori dalla difesa.

Il sogno è replicare la situazione di Cipro Nord, una spina nel fianco all’Europa anche in Medio Oriente, con un’ampia zona di sicurezza sotto il controllo dell’esercito turco e che rientra nel sogno neo-ottomano del “Sultano Erdogan”. Uno scenario del genere però non farebbe la felicità dei suoi alleati. Anzi, i recenti proclami dei russi tendono a ridimensionare proprio le mire iraniane e turche per mantenere Assad al potere, difendendo l’egemonia nel Caspio e nel Caucaso senza arrivare allo scontro con gli Usa.

E così a pochi giorni dalle elezioni si addensano nubi sulla Turchia: non solo per il rischio che i sogni di annessione delle province siriane svaniscano o perché i recenti ritrovamenti di giacimenti in acque cipriote vedano rinsaldarsi le posizioni di Grecia, Cipro Sud, Israele ed Egitto in chiave anti Fratelli Mussulmani e quindi opposta ad Ankara, ma soprattutto perché i mercati non sostengono Erdogan.

Sono mesi che negli outlook sui Paesi Emergenti si rincorrono commenti non molto favorevoli sul recupero della Turchia rispetto agli altri Paesi emergenti che hanno vissuto un inizio anno con flussi di investimento in netta crescita, dopo aver chiuso il 2018 con la peggior performance del MSCI Emerging Markerts dal 2015, scendendo sotto la soglia psicologica di quota 1000.

Da quando lo scorso luglio Erdogan ha preso su di sé il potere di nominare direttamente il Governatore della Banca Centrale, ha tolto la ratifica del Governo da parte del Parlamento e ha nominato suo genero ministro dell’Economia e delle Finanze, sono molti gli investitori esteri che hanno definitivamente preso le distanze dal Paese. E quindi lo scontro frontale con JP Morgan, rea di aizzare gli speculatori contro la lira turca, non tiene conto che la sospensione delle operazioni di finanziamento alle banche commerciali da parte della Banca Centrale ha dato il colpo di grazia alla divisa, facendola tornare al panico dello scorso agosto, dopo che qualche giorno prima il Pil del quarto trimestre 2018 aveva chiuso in calo del 3%, confermando una recessione senza scampo.

Così alle prossime elezioni del 31 marzo, per eleggere i Sindaci in tutto il Paese, anche se Erdogan non è candidato sarà messa in discussione la tenuta dell’alleanza di Governo, tra l’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo) di Erdogan ed i nazionalisti dell’MHP che lo scorso autunno hanno preso le distanze da un accordo che li aveva visti strettamente legati all’AKP in tutte le scorse elezioni. Difficilmente saranno elezioni libere e aperte agli osservatori internazionali a confermare che la virata di regime verso un populismo ultraconservatore degli ultimi tre anni, dal golpe del 2016, e le misure di emergenza ancora in vigore lasceranno poco spazio per verifiche, laddove non c’è più libertà di espressione e di associazione.

Intanto la scorsa settimana al Parlamento Europeo è passata la risoluzione per sospendere i negoziati di adesione dell’Unione Europea con la Turchia basata sulle condizioni sempre peggiori per la libertà dei media, la corruzione e uno stato di diritto che continua a reprimere le opposizioni duramente. Ma la questione degli oltre tre milioni di rifugiati siriani resta, anche se rimandata ad un prossimo Parlamento europeo, quando a maggio sia dal punto di vista dell’Ue che del nuovo assetto della Siria sarà più chiaro quanto spazio avrà ancora Erdogan per portare avanti le sue ambizioni territoriali.