Petro: la criptocurrency del petrolio, non frena l’ascesa dei prezzi

Che qualcosa sia cambiato nel panorama dei prezzi petroliferi e’ ormai chiaro a tutti da tempo,  e soprattutto ad un anno dalla cosiddetta Dichiarazione di Cooperazione , (JMMC, Joint OPEC-Non-OPEC Ministerial Monitoring Committee) , che sin dal Novembre 2016 ha visto i Paesi OPEC e altri 10 Paesi non aderenti al cartello principale condividere una comunione di intenti su tagli alla produzione utili a sostenere le quotazioni del petrolio cadute a minimi pericolosi con effetti disastrosi sui bilanci dei Paesi produttori.

Dagli originari 24 Paesi ora con i Paesi osservatori quelli firmatari si son allargati a 30, nel vertice congiunto tenutosi il 21 Gennaio nel Sultanato dell’Oman, ed hanno prolungato a tutto il 2018 i tagli alla produzione con rivalutazione possibile e finestra di uscita a giugno per ogni evenienza. Il prossimo meeting si terrà ad Aprile in Arabia Saudita seguito dal settimo International Seminar dell’OPEC che avrà luogo proprio a Giugno a Vienna e nona caso sul tema “Petrolio: cooperazione per un futuro sostenibile”.E con l’aspettativa spasmodica sull’esito della privatizzazione di Saudi Aramco, la società petrolifera saudita che sta attirando l’attenzione di molti investitori esteri, il quadro politico che presiede la gestione dei prezzi petroliferi sembra stabile nel tempo.

 

Ma il quadro mediorientale si e’ drammaticamente complicato con  il recente attentato in Afghanistan contro Save The Children in contemporanea con l’eliminazione di uomini della sicurezza cruciali per il potere del Generale Haftar, Comandante Generale dell’esercito libico che risponde al Consiglio Nazionale di Transizione Libico, e son fatti che  rappresentano segnali inequivocabili che il Medio Oriente resta un’area ben lontana dall’apparente solidarietà che si respirava in Oman . Inoltre lo sconfinamento turco nelle zone curde in territorio siriano e’ un evidente segnale che il ritiro dell’ISIS non e’ indolore per un quadro bellico complesso dove restano in  azione decine di gruppi ribelli armati, presenti ancora in Siria.

Il quadro geopolitico dell’area punta a favore di ulteriori fiammate sui prezzi petroliferi e mostra un paradosso incredibile dato dall’operazione turca denominata “ramo d’olivo” contro milizie curde che son state protagoniste della vittoria sull’ISIS,  supportate strategicamente  dalla stessa coalizione internazionale che ora chiude un occhio sull’incursione dell’esercito di Erdogan oltre i confini nazionali. E se il cessate il fuoco in Siria vedeva come garanti proprio Turchia, Russia e l’Iran e’ chiaro che siamo ancora lontani da un tavolo di trattative tra Assad e curdi siriani .

 

E se le questioni belliche unitamente al rimbalzo delle commodities aiutate dal PIL globale in crescita sostengono i prezzi del petrolio ,le divise emergenti continuano a rafforzarsi rispetto al dollaro Usa che da Dicembre resta in tensione sopra quota 1,20 sul cross contro euro, nel range 1,20-1,25 e strutturalmente debole.

Il West Texas vede una fortissima resistenza a 60 dollari Usa cosi’ come il Brent a 58 dollari Usa , livelli che resteranno i veri punti di riferimento  e solide basi per questo 2018, dove le novità non mancheranno anche per nuove tendenze Fintech che vedono nel Petro la prima criptovaluta collateralizzata da un bene fisico, le riserve petrolifere venezuelane. L’annuncio del Presidente Maduro a fine 2017 teso a rompere gli indugi sull’ isolamento diplomatico, di un Paese al collasso economico e sotto sanzioni USA,  sembra voler emulare il tentativo messo in atto in Zimbabwe dall’ex Presidente Mugabe . E quindi piu’ che altro l’ultima spiaggia di un Paese drammaticamente imploso economicamente, con la produzione di petrolio ai minimi e con un drammatico scenario sociale , il cui esito sui mercati finanziari sta pesando sul quadro del continente latinoamericano.

Pero’ finche’ l’alleanza tra Russia e  Arabia Saudita terrà salde le relazioni all’interno della Cooperazione allargata tutti avranno di che beneficiarne , dal rublo russo alla stabilizzazione delle Borse dei paesi del Golfo che riflettono Paesi con deficit elevati e con l’esigenza primaria di affrancare le loro economie dall’eccessiva dipendenza dal petrolio e dai riflessi negativi delle dinamiche post belliche derivanti dal conflitto siriano.

 

 

 

 

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