Il boom dell’oro e il cavallo di Troia della Cina

Era il 2001, gli Usa erano a rischio recessione ed il risultato del processo di deregulation avviato a fine anni ’90 aveva portato a liberalizzazioni azzardate e così lo Stato di California cadde vittima del rischio di black out e dovette fare una rapida marcia indietro a causa delle manipolazioni dei prezzi dell’energia sulla Borsa Elettrica frutto dell’inciucio tra distributori e produttori. La cosa si ripeté nel 2006 e 2008.

La lezione non è servita e ci impone attente riflessioni su tutti quei mercati dove c’è un bene fisico e dove sono presenti oligopoli o monopoli forti che frenano sulla trasparenza degli scambi, come nel caso del mercato dei diamanti ad esempio. E, proprio mentre i bassi tassi di interesse e la volatilità accentuatasi nel primo trimestre di quest’anno spingono gli investitori o ad aumentare esponenzialmente i rischi o a mettersi sulla difensiva definitivamente, ci si interroga sulla valenza di strategie multi asset legate quindi alle commodities ed in particolare all’oro. Con un +16,4% nel primo trimestre, a segnare la migliore performance degli ultimi venti anni, gli investitori sembrerebbero attendere ogni minima debolezza per entrare, ma il dubbio che il trend si sia già sgonfiato è più palpabile dopo la redente riunione dell’IMF e del G20 con l’ennesima revisione della crescita globale.

A un anno dall’avvio delle nuove metodologie di fixing sui metalli preziosi è scoppiata la bomba della class action sull’argento in Canada, e sull’oro arrivano le ammissioni di Deutsche Bank di manipolazione nel periodo dal 1999 al 2014 con il solito metodo del fixing, già utilizzato nel caso della manipolazione del Libor e dell’Euribor nello scandalo scoppiato nell’estate del 2012. Facendo un passo indietro agli inizi del 2014 Barclays e DB lasciano il Panel delle Banche incaricate di fissare il fixing dell’oro e dell’argento. Un club per pochi noti che si è visto così esposto all’inevitabile reazione del World Gold Council (WGC) che da allora avviò l’auspicata riforma dell’oro concernente anche la regolamentazione su futures e opzioni. E che ha portato ad un fixing elettronico e maggiormente garantito a detta del WGC inaugurato l’anno scorso, ma che in parte vede i soliti noti.

Ma, bando agli indugi, e secondo il WGC: “La storia dimostra che, in uno scenario di tassi bassi, i rendimenti dell’oro tendono a raddoppiare la propria media di lungo termine”. I dubbi dopo queste ultime notizie restano e se i tassi americani non saliranno così rapidamente su uno sfondo sempre più deflazionistico tecnicamente la quotazione di 1150 usd/oz resta comunque un livello di entrata interessante dopo il recente ritracciamento.

Occorre però osservare con attenzione alcuni elementi strutturali del mercato dell’oro: ad esempio ciò che sta succedendo in India, il maggiore consumatore al mondo di oro, ove le importazioni di oro scendono del 41% in Aprile aiutando ovviamente gli sforzi del Premier Modi nel contenimento del deficit di parte corrente e dopo l’avvio di una tassa dell’1% sulla gioielleria in oro.

Il calo non è stato causato soltanto dallo sciopero in atto nel settore dai primi di Marzo a seguito della nuova tassa, ma soprattutto per l’ingente livello di riserve alle quali attingono ora i commercianti avviando una campagna sconti durante la famosa festività hindu detta Akshay Tritiya. Così in Marzo le importazioni erano già crollate a 18 tonnellate dalle 125 dell’anno scorso. E lo sciopero ora sospeso per l’atteso appuntamento annuale riprenderà il 26 Aprile.

Ma non basta, l’ultima novità arriva dalla Cina: nell’imminenza dell’entrata nel paniere del FMI da Ottobre si son diffuse voci di manovre che aiuterebbero lo yuan, già dominatore negli scambi commerciali globali, a danno del dollaro Usa. In fondo la Cina è il Paese che usa maggiormente il dollaro usa negli scambi commerciali proprio dopo gli Usa stessi e potrebbe essere tentata da modificare i termini di convertibilità che lo lega adesso a dollaro Usa, yen, dollaro australiano e neozelandese legandolo all’oro e quindi, in un panorama valutario incerto, rendendolo maggiormente appetibile del re dollaro.

Infatti il 19 Aprile si apprende da Reuters che le banche cinesi, a fianco delle corporates minerarie e dei più grandi nomi della gioielleria mondiale, saranno tra i 18 membri che parteciperanno al varo del nuovo benchmark dell’oro denominato in yuan. Londra è avvisata: dopo tanti scandali l’asse dell’oro si sposta in Cina, un primo passo per uno yuan pronto a giocare un ruolo di primo piano nelle riserve internazionali.

Insomma tra i dubbi che ancora restano legati all’utilizzo opportunistico di alcune piattaforme e Fixing, e detto che non è ancora spento l’eco della questione Volkswagen che andava in parallelo con la class action Usa in Gennaio contro la piattaforma di trading execution Autobahn di DB, anche le variabili sistemiche per l’oro son da tenere in dovuta considerazione nell’attività di Trading ed ancora di più facendo scelte di investimento di lungo termine ponendo una grande attenzione a come questi fattori inevitabilmente condizioneranno un trend difensivo troppo esposto a certe variabili globali.

Leave a Reply