Davos, quel silenzio che non c’è stato

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Claudia Segre

Autrice, speaker, e presidente della Global Thinking Foundation

di Claudia Segre

L’ANGOLO DEI BLOGGER. In quel minuto mancato si nascondono riflessioni che si possono trasformare in azioni; notizie che prendono forma e sostanza, e non solo buio e drammatico vuoto di umanità come nelle strade di Teheran.

26 Gennaio 2026 alle 12:52

https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/01/26/news/davos_quando_il_silenzio_puo_diventare_notizia_informazione_geopolitica_e_responsabilita_verso_le_nuove_generazioni-21048512

Negli ultimi anni i media tradizionali hanno progressivamente ceduto spazio ai social network, che sono diventati la principale porta d’accesso all’informazione. Non si tratta di una semplice evoluzione tecnologica, ma di un cambiamento strutturale nel modo in cui le notizie vengono veicolate, acquisite e comprese. Questo passaggio avviene mentre il contesto globale attraversa una fase di complessa instabilità sociale e finanziaria, segnata dalla fine dell’illusione di una globalizzazione “virtuosa” e dalla riproposizione di dinamiche di potere che ridisegnano gli equilibri geopolitici, economici e sociali.

In Italia, secondo i dati forniti dall’AGCOM, Internet ha superato la televisione come principale mezzo di informazione con il 52,4% contro il 46,5%. Un dato ancora più significativo se confrontato con il 2019, quando la TV era utilizzata dal 67,4% degli italiani come fonte informativa principale: una perdita di oltre 20 punti percentuali in quattro anni. All’interno dell’ecosistema digitale, i social network funzionano sempre più come “porte d’ingresso” per le notizie. Il 50,5% degli utenti dichiara di venire a conoscenza delle notizie prima sui social che su altri mezzi, mentre solo l’11,8% utilizza direttamente i siti o le app dei quotidiani come fonte online primaria.

Questa tendenza emerge anche a livello europeo: tra i giovani dai 16 ai 30 anni, il 42% indica i social media come la loro principale fonte d’informazione riguardo temi politici e sociali. Oggi questi “spazi digitali” contribuiscono così in modo significativo alla formazione della coscienza civica delle nuove generazioni, nonostante persista un basso livello di fiducia nelle informazioni diffuse dalle piattaforme. Questa trasformazione nell’ecosistema informativo influisce chiaramente sulla percezione dei grandi eventi internazionali.

Ci saremmo aspettati infatti che l’apertura del Forum di Davos fosse accompagnata almeno da un minuto di silenzio per la tragedia di Crans-Montana e per quanto stanno vivendo i giovani iraniani, (il 60% della popolazione in Iran, è sotto I 39 anni.) Sarebbe stato un gesto simbolico, ma coerente con il tema delle tutele giuridiche e dei diritti fondamentali, che sarà centrale anche negli incontri di Marzo presso la Commissione sullo Stato delle Donne delle Nazioni Unite (ONU), CSW70. Quel silenzio, quel rispetto dovuto, invece, è mancato.

Nel frattempo, tante le voci perlopiù disomogenee: dall’Unione europea che perde l’occasione di un’apertura immediata verso il Mercosur, e trasmette messaggi discordanti tra Commissione e Parlamento UE, sul proprio ruolo nel mondo. Un mandato europeista, che per anni ha rappresentato una bussola comune, appare oggi paradossalmente più intelligibile nelle parole del premier ucraino Volodymyr Zelensky, che riprende quanto più volte sottolineato da Mario Draghi, piuttosto che in quelle di alcuni leader europei. Il Parlamento europeo condanna formalmente la repressione operata dalle Guardie della Rivoluzione iraniana, ma, infine, l’UE non riesce, in pratica, a sostenere una giovane popolazione che cerca un riscatto da una dittatura che, approfittando dei blackout imposti, continua a compiere massacri indicibili e quindi difficilmente visibili e documentabili.

Passano quasi sotto silenzio i cargo cinesi che riforniscono di armi e viveri quelle stesse milizie, così come le mire espansionistiche di Pechino che da anni guardano al sostegno di regimi autoritari – dall’Iran al Venezuela, fino a diversi Paesi africani – come basi strategiche per l’approvvigionamento di petrolio e materie prime. Silenzio, anche sul congelamento dell’oro e dei beni custoditi in Svizzera, riconducibili all’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro e a 36 suoi fedelissimi, e risultante da attività illegali tra corruzione e collusion con i cartelli della droga e traffici di esseri umani.

Mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz prova a riportare l’azione europeista al centro del dibattito, tre superpotenze – Stati Uniti, Russia e Cina – continuano da oltre un decennio a farsi beffe delle regole e delle sanzioni della WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Regole che dovrebbero garantire equità, ma che appaiono sempre più inefficaci di fronte alla forza prepotente di certi interessi strategici. Emblematica la “questione groenlandese”, ove navi “da ricerca cinesi”, sommergibili americani e russi si incrociano in quelle acque da tempo, e gli scopi son gli stessi per tutti.

In questo scenario, le nuove generazioni, e non solo, crescono immerse in un flusso informativo caotico e intricato. Faticano a distinguere tra notizie attendibili e “fake news”, tra fonti verificate e narrazioni costruite. Nei talk show si alternano “esperti di tutto”, spesso più abili a urlare che competenti in materia. E la gara, a chi alza di più la voce: a Davos, come in TV, schiaccia l’opportunità di formarsi un pensiero critico, obiettivo e oggettivo.

Eppure, una via d’uscita esiste: passa dall’impegno nella ricerca al confronto autentico dei saperi, sino a un’informazione che torni a prendersi il tempo della verifica e della contestualizzazione. Passa dalla responsabilità di chi comunica e di chi governa sino al coraggio di chi legge, ascolta, e poi condivide.

Il mondo sta cambiando rapidamente. Una trasformazione che può spaventare, ma che certamente può offrire anche spunti di riflessione sul potere che abbiamo di incidere sulla realtà. I progressi raggiunti dall’umanità, anche grazie alla rivoluzione digitale, in termini di salute, industria, diritti, consapevolezza e partecipazione non sono un’eredità garantita: vanno difesi, rinnovati, e trasmessi.

Tenersi per mano con le nuove generazioni significa aiutarle a orientarsi, non sostituirsi a loro. Significa dare strumenti, fatti concreti, non slogan. Significa far sentire la propria voce, insieme, senza cedere al silenzio senza significato. Perché oggi, più che mai, nel silenzio di quel minuto mancato si nascondono riflessioni che si possono trasformare in azioni; notizie che prendono forma e sostanza, e non solo buio e drammatico vuoto di umanità come nelle strade di Teheran.

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