Appunti da Davos, tra digitale e barili

Il Meeting di Davos quest’anno era incentrato sulla “quarta rivoluzione industriale” che parte dai risultati della rivoluzione dell’IT per ricollegarsi ad una fusione delle tecnologie più avanzate tra fisica, biotecnologie e “cyberdigital”. Si sono approfonditi globalmente i cambiamenti intervenuti a livello produttivo, manageriale e di governance grazie all’interconnessione digitale amplificata dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, della robotica, le nanotecnologie, la stampa 3D e la quantistica applicata.

Tuttavia, se indubbiamente i progressi recentemente acquisiti sono impressionanti (dalla diffusione dell’uso dei droni alle auto autonome), la realtà geopolitica e l’analisi delle crisi che finiscono per contagiare i mercati finanziari, hanno avuto una parte rilevante per tutto il meeting.

Del resto, attacchi terroristici, riequilibri geopolitici e volatilità sui mercati internazionali non ci si è fatti mancare niente per questo debutto del 2016.

L’attenzione dei numerosissimi delegati poi si è necessariamente concentrata sulla Cina e gli effetti del suo rallentamento economico sul PIL globale, anche se è la stessa Lagarde, alla guida del FMI, a schierarsi con i moderati nel giudicare la frenata cinese “ragionevole” e intorno al 6.5% per quest’anno. Non poteva essere altrimenti d’altronde dopo la decisione storica di accreditamento dello yuan rembimbi nel paniere delle divise del Fondo Monetario Internazionale. Un fatto che ha garantito alla stessa Lagarde il voto cinese per un secondo mandato che le sarà riconfermato entro il 3 marzo, nonostante il voto contrario degli altri Paesi BRICS, quindi Brasile, Russia, India e Sudafrica.

A pesare inoltre, soprattutto sul PIL europeo, è anche la crisi dei rifugiati. Nelle prime tre settimane dell’anno oltre 35000 fuggitivi dalle zone di guerra mediorientali ed africane hanno attraversato il mare approdando in Turchia e in Grecia costringendo alcuni Paesi UE a rialzare le barricate e rinunciare alle libere frontiere di Schengen. L’anno scorso a gennaio erano stati solo 1600 e la portata del fenomeno ha messo alle corde i già tesi rapporti tra Nord e Sud della periferia europea.

Il crollo irrazionale del petrolio causato dall’incapacità dell’OPEC di fronteggiare per tempo l’ampliamento della produzione dovuta al rientro dell’Indonesia e alla ripresa produttiva dell’Iran, in un contesto già deterioratosi con Russia e Usa, sta avendo effetti devastanti per il riequilibrio dei mercati finanziari che stanno subendo forti deflussi dai fondi su mercati emergenti e fondi azionari e riduzione dell’esposizione dei fondi sovrani.

Le parole rassicuranti di Bill Gates sulla vittoria dell’umanità nel ridurre del 50% la mortalità infantile si riducono ad un’amara consolazione di fronte alle preoccupazioni degli operatori per uno scenario del mercato dell’energia che vede prezzi bassi trasversalmente dalle rinnovabili al petrolio permanere nel tempo su uno sfondo di crescita inefficiente.

Chiunque quindi si attendesse un impulso da Davos per una soluzione coordinata per un contenimento dal diffondersi degli effetti economici più recessivi derivanti dai rischi geopolitici resterà deluso. Il rischio idiosincratico e quindi la somma dei rischi che ne derivano ha nel prezzo del petrolio una cartina al tornasole inequivocabile e intellegibile a tutti. Ed occorre dire che Draghi non è “attrezzato” per miracoli “ad effetto globale” che tra l’altro non gli competono!

About the author, Claudia Segre

As a financial expert, author, speaker, and the president of Global Thinking Foundation, Claudia Segre believes the only way to build a brighter, more prosperous future is to invest in the financial education of all women and girls.

She uses her platform to fight economic violence, accelerate financial inclusion for women, support female entrepreneurs, and promote the role of fintech in closing the gender gap.

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