Morales, Fernandez, Mujica, Rousseff and Maduro pose for the family picture during the bloc summit in Montevideo

I mercati emergenti hanno visto negli anni alternarsi fasi di consenso e performance eccellenti a fasi di grandi difficoltà, in particolare in America Latina. I paesi sudamericani sono passati da un periodo di iperinflazione e potere politico autoritario militare negli anni ’80, alle crisi finanziarie degli Stati sovrani degli anni ’90. Un periodo, quest’ultimo, iniziato con la svalutazione del peso messicano del ’94, del real brasiliano nel ’98 sino al default argentino del 2001 quando il fallimento si estese definitivamente dal debito locale a quello estero e verso gli enti sovranazionali che sostenevano il Paese come il FMI.

A fronte di questo abbiamo il recente sorpasso delle performance dei Paesi emergenti, trainati da robusti tassi di crescita e dai commerci internazionali dei Paesi BRICS, rispetto ai Paesi G7. Un risultato che ha avuto un suo culmine nel 2017.

La rinnovata richiesta di aiuto da parte del Presidente argentino al Fondo Monetario Internazionale per 30 mld di dollari Usa, sta condizionando l’andamento della divisa e anche il comportamento degli investitori esteri, oltre che di quelli domestici e delle stesse corporates, soprattutto per il rimpatrio degli utili.

La cautela riguardante l’esito degli accordi con il FMI inevitabilmente porteranno a un ulteriore deprezzamento del peso argentino da qui a fine anno. Inoltre, un interesse sempre più’ contenuto per titoli di debito argentino a lungo termine sono tipici di una situazione finanziaria in deterioramento che alimenta aspettative per un picco inflazionistico che impatta direttamente sui rendimenti reali.

Il rimbalzo del 5% sul peso è infatti solo illusorio ed è legato al risultato soddisfacente delle aste a breve termine per oltre 600 ml di dollari Usa, dai 30 ai 150 giorni, che ha solo evitato un mancato rimborso in una giornata cruciale.

I dati pubblicati sui deflussi di capitale dai fondi sui mercati emergenti continuano a confermare la disaffezione per quelli in divisa locale. Anche per il Brasile la luna di miele con gli investitori che aveva distolto l’attenzione dai problemi interni sembra giunta al capolinea. Non a caso il real brasiliano è ai minimi dal 2016. Dopo l’abbandono del Ministro delle Finanze Mereilles in aprile e gli strascichi degli scandali Lavajato e Petrobras che hanno colpito profondamente il settore corporates e bancario del Paese, lo scenario politico verso le elezioni di ottobre resta soggiogato dalla saga sulle sorti dell’ex Presidente Lula.

Un ulteriore motivo di spaccatura sociale di un Paese che stanno facendo perdere la speranza di uscire definitivamente dallo spettro della recessione, dopo il recupero alla fine dello scorso anno, e lo smalto da Paese trainante dei BRICS a fianco della Cina. E con il rating in bilico, sempre nella zona “junk”, neanche la candidatura del fuoriuscito Mereilles ha aiutato ad oggi il sentiment degli investitori esteri.

Dal canto suo l’Ecuador, dopo il fallimento dei colloqui all’FMI durante gli Spring Meetings, ha cercato di tranquillizzare i mercati e frenare il crollo dei prezzi delle obbligazioni in dollari Usa a lungo termine con la nomina di un nuovo Ministro delle Finanze più vicino ai grandi investitori locali. Richard Martinezvsostituisce Maria Elsa Viteri che in due mesi soltanto aveva esaurito il consenso dei “bondholders” e anche a Washington non era stata in grado di capitalizzare un maggiore supporto dei donors. Contemporaneamente l’annuncio da parte del Ministro dell’Energia Carlos Perez di una rinegoziazione dei prestiti con i cinesi di Petrochina e con la thailandese PTT ha focalizzato l’attenzione sui termini definitivi dell’accordo che saranno resi pubblici la prossima settimana durante il discorso del Presidente Moreno del 24 maggio.

Ed è proprio grazie alle “mani forti” delle corporates asiatiche dell’energia che Paesi totalmente dipendenti dalle entrate petrolifere come Ecuador e Venezuela riescono a stare in piedi. Ma differentemente dall’Ecuador, in Venezuela non si può parlare di un quadro politico definito o di una situazione economica sotto controllo. Tutt’altro. Tanto che anche le prossime elezioni del 20 maggio difficilmente porteranno a un cambio offrendo la possibilità al Paese di avere un’alternativa credibile all’incombente Maduro. Con le opposizioni frammentate e a rischio radicalizzazione si fa sempre più evidente il rischio di un embargo commerciale a rendere ancora più drammatica la situazione sociale ed economica. E con la ristrutturazione del debito della locale PDVSA in bilico sul rimborso delle scadenze cedolari per 107 ml di dollari Usa, si prevede l’avvio della procedura dopo il periodo di grazia di 30 giorni, quindi entro fine giugno.

L’indice MSCI sui Mercati Emergenti trainato all’ingiù dalla deriva latinoamericana e dalla crisi in Turchia, sulla quale la banca centrale non ha saputo porre freni, fa segnare un -1,6% dopo una settimana di relativa tranquillità, lasciando il posto a una fase ribassista inevitabile, come dimostrato dai deflussi che hanno superato il mld di dollari Usa nell’ ultima settimana solo per gli investimenti in divisa locale.

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