Usa: il balzo del Pil esalta le Cassandre, ma l’Orso può restare in gabbia

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Dopo i gridi d’allarme delle grandi banche sugli eccessi dei mercati azionari, il ricalcolo del Pil Usa dell’ultimo trimestre 2017 al 5,4% aumenta le attese di rialzo dei tassi americani, ma Trump ha in tasca due armi per sostenere i mercati per i prossimi sei mesi: ecco come…

Dopo giornate convulse con gli allarmi che provenivano da più parti e che hanno visto Bank of America, Citigroup e Goldman Sachs protagoniste di un vero e proprio grido d’allarme sugli eccessi dei mercati azionari Usa, ecco la bomba del Pil predittivo ricalcolato dalla Fed di Atlanta (GDPnow) dell’ultimo trimestre 2017, che, alla luce dell’ISM, l’indice dei direttori d’acquisto Usa, viene rivisto al 5,4% dal 4,2% calcolato precedentemente, aumentando le aspettative sui rialzi dei tassi Usa.

Sicuramente il rincorrersi di analisi a sfavore di una continuazione dello storico rally senza precedenti negli Usa ha messo sotto pressione non solo la parte extra lunga della curva dei Treasuries, tornati a toccare il 3%, ma nell’ultima settimana vi sono stati anche copiosi deflussi dai fondi High Yield americani per oltre 1,7 miliardi di dollari Usa.

Come se non bastasse, in un’intervista a Bloomberg Television, il 91 enne Alan Greenspan, l’uomo che ha guidato la Fed per vent’anni dal 1987 al 2006 e che aveva fotografato la Bolla delle dot-com con la celebre frase riferita “all’esuberanza irrazionale”, ora sostiene che i mercati siano destinati a implodere sotto il peso di ben due bolle: quella dei mercati azionari e quella del mercato obbligazionario, di cui i titoli ad alto rendimento, gli high yield appunto , sono la cartina al tornasole. E se ciò non bastasse, si è aggiunto un ulteriore monito sull’eccessivo deficit e la sottovalutazione delle dinamiche bilancistiche da parte dell’ambizioso Trump.

Alla fine della giornata, un risultato modesto nelle vendite di Apple nell’ultimo trimestre del 2017, peraltro già atteso, facendo presagire forse un possibile raggiungimento di un limite alla capacità di innovazione, nonostante ritorni sempre interessanti e bilanci solidi, al netto di tasse pagate e del rimpatrio di parte degli utili.

Una brutta chiusura quella dei mercati finanziari di giovedì primo febbraio, che, dopo la chiusura di un mese di gennaio ottimo, fa presagire un aumento della percezione che il 2018 non sarà proprio una passeggiata di salute, nonostante i buoni dati macro continuino a supportare globalmente le azioni, contenendo gli effetti di politiche monetarie meno espansive per i prossimi mesi.

Il 51,6% degli americani è convinto di essere ben posizionato sui portafogli e che i mercati saranno più alti da qui a un anno , indicando un sentiment rialzista oltremodo come non si era mai visto.

E sulle richieste di Trump fatte al Discorso sullo Stato dell’Unione per il piano sulle infrastrutture tornano i condizionamenti dall’interno con una seconda pressante interpellanza da parte delle corporates dell’acciaio, che chiedono a gran voce un intervento della Casa Bianca contro gli eccessi di produzione cinese, che ormai contano sulle importazioni per il 30% del mercato Usa, nel rispetto delle promesse elettorali.

E se a Davos il Presidente americano aveva alzato la voce, ma poi nei fatti aveva dovuto usare toni concilianti per dirimere le polemiche sulle dichiarazioni avventate del suo Segretario al Tesoro pro dollaro Usa, ora dall’interno la spinta al ricorso di dazi è molto forte e non potrà restare inascoltata. In un Paese dove il tasso di benessere è evidentemente salito, ma il tasso di risparmio è crollato sotto i livelli minimi degli anni 2000, è evidente la vulnerabilità americana legata ad un ingente debito che dopo quattro decenni di crescita proprio con Obama ha sforato il 100% del Pil (superando i 20 triliardi di dollari Usa). Giappone e Cina sono i principali creditori e possessori di Treasuries , circa il 10% del debito Usa, come ben si sa.

E questo è certo un freno a qualsiasi eccesso verso la Cina che possa sfociare in una guerra commerciale o peggio valutaria. Non poter recuperare soldi con nuovi dazi e darsi ad una corsa al debito incontrollata per finanziare la riforma fiscale e infrastrutturale porterebbe le case di rating a mettere il Paese in credit watch, e per questo Trump dovrà valutare le prossime mosse con grande attenzione. Forte di un consenso in risalita oltre il 40% e quindi più in alto di Obama, Trump ha lanciato la rincorsa a recuperare una partita quasi persa per le prossime elezioni di medium term, dando un forte segnale di resistenza e facendo capire ai mercati di voler proteggere gli Usa e di voler agire su deregolamentazione e fiscalità per sconfiggere le Cassandre e rimandare l’Orso in gabbia per lo meno per i prossimi sei mesi.

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